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Back Sei qui: Home Cultura Tutte le Notizie Internazionale LIBRI. "AURELIO COVOTTI STORICO DELLA FILOSOFIA" DI ANTONIO D'ANTUONO

LIBRI. "AURELIO COVOTTI STORICO DELLA FILOSOFIA" DI ANTONIO D'ANTUONO

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ARIANO IRPINO (AV) - Tranne la breve colonna sull'«Enciclopedia Filosofica» del «Centro Studi Filosofici» di Gallarate, a firma di Cleto Carbonara, suo discepolo, con una ristrettissima bibliografia, e qualche altra citazione sparsa qua e là, poco si è scritto in Italia su Aurelio Covotti. Non ve n'è cenno neanche sull'«Enciclopedia Italiana» dell'Istituto Treccani, alla quale pure aveva collaborato nei primi volumi; le varie e copiose appendici che giungono fino al 2006 lo ignorano. All'estero solo nel numero di settembre 1935 della «The Philosophical Review» della «Longmans, Green and Co.» di New York

viene brevemente recensita in poche righe «La metafisica del bello e dei costumi di Arturo Schopenhauer» a cura di Radoslav A. Tsanoff del «The Rice Institute» che così lo presenta: "Professor Covotti's volume summarizes, in faithful paraphrase and extended quotation, the substance of the aesthetics and the ethical social philosophy of Schopenhauer. This summary should serve to interest the Italian beginner in a further and more critical study of Schopenhauer's thought". Qui si parla di un compendio (summary) e di estese citazioni (extended quotation) con l'invito a qualche iniziato italiano a svolgere uno studio più approfondito (more critical study) del pensiero schopenhaueriano: studio critico, fa capire il recensore, che manca nel testo del Covotti, dedicando invece molto più spazio a un'opera sullo stesso filosofo del Prof. Umberto A. Padovani, trovandola evidentemente più interessante.
Bisogna giungere fino al 1968 per avere finalmente una vera e propria ricostruzione della vita e del pensiero di Aurelio Covotti attraverso i ricordi precisi e commossi del Prof. Giuseppe Martano, figura umanissima di grande studioso e docente, anche lui formato nella scuola del Maestro arianese. Si poté così avere da quella conferenza, poi data alle stampe, una visione più chiara e definita del Covotti nel mondo del pensiero filosofico, estrapolata dal Prof. Martano dalle stesse opere del Maestro, che non lasciò nulla di scritto su di sé, fornendo però indirettamente all'acume di un attento indagatore la chiave per penetrare nei labirinti della sua mente. E questa chiave Martano la trovò nello Schopenhauer, a completamento e integrazione del mondo antico greco, patria ideale del Covotti, con l'arte che placa le pene dell'anima e col pensiero che placa la sete del sapere.
Mancava però ancora la presenza di uno studioso locale per dare ancora più lustro alla personalità del Covotti: già da tempo il Prof. D'Antuono raccoglieva testi e testimonianze su Aurelio Covotti e ne aveva, negli anni scorsi, riassunte le sue ricerche in due pubblicazioni che riviste, ampliate, approfondite con nuovi richiami, hanno dato vita oggi a un nuovo saggio, poliedrico e composito, vero e proprio punto di riferimento per chiunque voglia erudirsi.
E proprio con un problema di profonda erudizione si apre il lavoro del Prof. D'Antuono. E' di vecchia data infatti la polemica sulla validità, vera o presunta (a seconda dell'umore dei critici) della «storia della filosofia» come emerge dal 1° libro della «Metafisica» aristotelica.
Il Prof. D'Antuono affronta subito l'argomento all'inizio stesso del suo saggio, citando tra gli oppositori in merito di Aristotele Bacone e Giordano Bruno. Il tono del Bacone è più attenuato, rispetto al Bruno, perché non infierisce, come quest'ultimo, pur paragonando Aristotele ai sultani Ottomani sempre pronti a sbarazzarsi dei parenti più prossimi per timore di congiure. Così Aristotele nel 1° libro della Metafisica, intende fare dei filosofi che l'hanno preceduto? Bruno non ha dubbi: "Pitagora, Parmenide e Platone non devono essere sì scioccamente interpretati, secondo la pedantesca censura di Aristotele" (in «De la causa, principio et uno»). E incalza: "Parmenide ignobilmente trattato da Aristotele" (ib.). Per pura curiosità si vada a controllare in che cosa consiste questo "ignobile trattamento" nella «Fisica», I, 3: dove si legge dello scontro tra l'«uno» eleatico e il «molteplice» aristotelico che tutto risolve in chiave sillogistica. Lo Stagirita parla di errori dovuti a premesse false con altrettante false conclusioni. Il tono di Aristotele è dunque pacato, tutt'altro che ingiurioso, laddove il linguaggio del Bruno è polemicamente incontrollato.
Dice il Covotti («La filosofia nella Magna Grecia e in Sicilia, fino a Socrate», 1900, pag. 8) che Aristotele presenta "in una luce diversa dalla luce loro propria le dottrine dei suoi predecessori": tutta qui la questione della "storicità" aristotelica, secondo questa premessa, difettosa di imparzialità per far tutto convergere sul pensiero dello Stagirita.
Si veda qualche esempio: cita il filosofo il poeta Simonide a proposito del suo detto: "Dio solo ha questo privilegio" (Metafisica, I, II), cioè il privilegio di esistere per sé. Cosa ha fatto Aristotele? Ha espresso, senza contaminarlo, il pensiero di un poeta (e questo può essere obiettivamente storia), poi ci riflette sopra a modo suo per trarne le conseguenze che si confanno al suo pensiero. Un po' di storia dunque c'è (perché il detto è riportato integralmente), poi viene il commento che fa parte del filosofare aristotelico.
Andando oltre ci si imbatte in Talete, fondatore della scuola milesia, che dice: "l'ente permanente è l'acqua": riferendo queste parole (Metafisica, I, III) ha Aristotele alterato il pensiero di Talete? Ha soltanto riferito un dato di fatto che costituisce una notizia storica. La questione potrebbe in questo caso anche non riguardare la sola storia, ma anche la filosofia, perché per Aristotele manca un'aperta discussione sull'elemento troppo ristretto in una sola parola. Il commento che viene dopo non ha alterato la citazione originale, mutandola o cambiandone il senso. Anzi qui ci sono le tracce di una preistoria della filosofia, poiché genialmente Aristotele intuisce come il pensiero filosofico è stato preceduto dall'intuizione poetica: infatti prima che Talete parlasse di acqua c'è Omero (Iliade, XIV, 201, 246) che "rappresenta Oceano e Tetide come i promotori della creazione" (Metafisica, I, III, 6): e la scienza moderna conferma che l'intuizione omerica e quella di Talete sono esatte, perché è dall'acqua che sono nate le prime forme viventi.
E così, proseguendo, è per Anassagora che pone l'aria prima dell'acqua, per Eraclito e il suo fuoco e per Empedocle e i suoi quattro elementi. Anassagora è citato ancora per i primi principi che sono infiniti. C'è posto anche per Parmenide, in quanto per lui le cause sono due (v. Δόξα) (fr. 8 Diels).
Continuando su questo tono le cose non cambiano; c'è solo da aggiungere che se non si può parlare di una vera e propria storia della filosofia, rintracciabile sia pure in germe nel primo libro della «Metafisica» aristotelica, è perché le opinioni dei primi pensatori sono come sommerse dall'abbondanza di commenti posteriori che le accompagnano.
Covotti, comunque, circa un decennio dopo, ritorna, nella lezione prolusiva ai corsi universitari di Napoli, sulla questione del «primo storico della filosofia»; in quell'occasione, senza esitare, oppugnando Bacone e quant'altri bastian contrari, riafferma convinto la legittima pertinenza di quel titolo al filosofo di Stagira: "Aristotele di fatti, ci si presenta anche come il primo storico della filosofia" («I Presocratici», cap. I). Gli si riaffaccia però il dubbio se Aristotele è stato fedele espositore del pensiero ionico o eleatico e via dicendo, o se ha tutto piegato sotto il suo proprio punto di vista. C'è chi sostiene (e cita Eduard Zeller tedesco, Theodor Gomperz austriaco e John Burnet scozzese) la storicità dell'esposizione aristotelica e chi afferma il contrario. Covotti, da buon professore di storia della filosofia, passa in rassegna in questa prolusione le varie correnti di pensiero prearistotelico, smanettando fino alla stroncatura di Hegel e della sua visione idealistica, per celebrare, invece, al suo posto i «Parerga e Paralipomena» di Schopenhauer, scoprendo così l'approdo risolutivo del suo travaglio intellettuale.
La fitta documentazione che arricchisce il saggio del Prof. D'Antuono, dove l'Autore ha riunito i risultati di due precedenti suoi studi sullo stesso soggetto, è altrettanto stimolante, come la lettura del Covotti, da spingere il lettore nella ricerca di ulteriori approfondimenti, quasi a convalida e conferma delle tesi che vi sono esposte. Queste naturalmente non possono essere univoche, come si apprende dallo stesso Covotti che nei fervidi anni della prima gioventù, quando, dai 21 ai 29 anni, ha prodotto una copiosa messe di indagini sul mondo dell'antica Grecia, meritò il plauso dei vari maestri, suoi numi tutelari, dei quali ben presto eguagliò l'altezza.
Era inevitabile che il Covotti, già con la sua tesi di laurea iniziando a interessarsi del pensiero presofistico, finisse poi con l'imbattersi, quasi di riflesso, nella tanto dibattuta questione di Aristotele, considerato a torto o a ragione storico della filosofia, scontrandosi il giovane studioso con i grandi maestri del pensiero critico-filologico.
L'ultimo decennio del XIX secolo vede esaurirsi l'attività produttiva del Covotti: nei primi anni del secolo seguente partecipa ad un concorso, ottiene un premio, ha vari incarichi nei licei che lo portarono dalla Sicilia alla Valtellina; ma è soprattutto la bestia nera del crollo nervoso dovuto al surmenage mentale del troppo lavoro svolto negli anni giovanili, alla maniera del Leopardi, a tenerlo per diversi anni lontano dagli studi e dal lavoro, al punto da preoccupare anche il suo caro maestro Hermann Diels, che da Berlino non ha mai smesso i suoi rapporti epistolari con il suo prediletto Covotti, chiamato ormai «amico» e non più «allievo».
Il Prof. D'Antuono lo rivede ora nel pieno e travagliato possesso della cattedra universitaria napoletana, raggiunta nel 1909 e inaugurata con l'ampia prolusione già discorsa dove ritorna la questione del «primo storico della filosofia» che tanto gli sta a cuore.
Ancora una volta il Prof. D'Antuono lascia parlare direttamente il Covotti sempre sulla «vexata quaestio» del primo storico della filosofia.
Infatti Covotti, quasi a riprova della «storicità» di Aristotele, richiama l'attenzione del lettore su un'altra «storia» in nuce, quella della medicina, farraginosa raccolta di testi che vanno sotto il nome di Ippocrate di Coo, famoso medico dell'antichità, e che possono dare l'impressione di una incipiente rappresentazione storicamente intesa di questa scienza. Quindi se va bene per Ippocrate, altrettanto potrebbe essere per Aristotole.
L'esposizione del Prof. D'Antuono, abbondante di una messe di molteplici e chiarificatrici citazioni e note (tali da spaventare quasi lo sprovveduto lettore che non immaginava come un libro di piccola mole fosse frutto di tanta erudizione) passa attraverso le varie fasi della vita di Aurelio Covotti rievocandone i risvolti più intimi, dalla vita pubblica a quella privata, dai disagi fisici per lo strapazzo mentale dovuto al troppo studiare, agli ameni episodi scaturiti dal culto più che mai classico del buon vino. Vengono ricordate anche le passeggiate solitarie del giovanissimo Covotti, ancora ragazzo, per i viottoli di campagna, a lui familiari, suscitando la curiosità e le perplessità dei contadini della zona che lo prendevano per matto vedendolo discutere con se stesso, tutto solo com'era, e tutto concentrato nei suoi pensieri si infervorava e agitava le mani. Così ricordava il caro amico Prof. Aristide Graziano.
La robusta costituzione contadina (era uomo di campagna) lo rimise in sesto e ci furono altri anni di lavoro fervido ed erudito: tra il 1909 e il 1934 uscirono a cadenza periodica i vari saggi, raccolti poi in volume, tutti o quasi tutti dedicati ai filosofi prearistotelici, il grande amore della sua vita. Come socio dell'Accademia di Scienze morali e politiche della Società Reale di Napoli, era tenuto a presentare di volta in volta, come gli altri colleghi, il frutto dei suoi studi e dove poteva mai coglierli se non nel fertile campo del suo intelletto?
Ma vi furono altri excursus nella vita intellettuale del Covotti; se è vero che il mondo classico fu il suo mito e la sua meta di studioso, non trascurò, per i suoi impegni universitari, altri campi: si interessò, ricorda il Prof. D'Antuono, di Schopenhauer, Geulincx, di Malebranche, di Spinoza e il suo «Tractatus theologico-politicus»; passò poi alla pedagogia di Pestalozzi, traducendone dal tedesco (come aveva fatto con la «Metafisica del bello e dei costumi» di Schopenhauer) la vastissima opera, intercalando tra i brani originali, più o meno lunghi, le sue esposizioni e considerazioni strettamente personali. Molti altri interessi covottiani rimasero nascosti in manoscritti concernenti autori come G. B. Vico e la sua «Scienza Nuova», J. H. Pestalozzi e la sua riforma della scuola popolare con le storie esemplari di Leonardo e Geltrude (entrambi oggetto di lezioni universitarie, Vico alla Federico II, Pestalozzi al "Suor Orsola Benincasa"), e molto altro materiale sparso in centinaia di cartelle volanti, tenute insieme da cordicelle. Si stupisce chi, gettando uno sguardo su questi manoscritti, scopre la calligrafia fitta e sottile del Covotti che ricopia alla lettera il testo tedesco della «Metafisica» di Schopenhauer o dei «Parerga», di cui pur possedeva l'edizione a stampa. Perdita di tempo, per distrarsi o semplice svago? Vallo a capire. Bastano in ogni modo i suoi «Presocratici» per dargli lustro e fama.
A voler illustrare passo passo tutto il saggio del Prof. D'Antuono occorrerebbe scrivere un altro libro per poter mettere bene in luce tutti gli argomenti interessantissimi che vi sono raccolti. Il lavoro ha richiesto una mole non indifferente di ricerche attente e minuziose. Una fatica ben premiata dall'ottima riuscita.

Stanislao Scapati 

 

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