Il dialetto di Montecalvo Irpino

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All’interno del  gruppo "Montecalvo Irpino", fondato da Paolo Imposimato su FaceBook, si è sviluppata una interessante discussione sul nostro dialetto. Forse non tutti sanno che  un nostro concittadino , Angelo Siciliano , scrittore pittore e poeta,  da alcuni anni pubblica scritti in dialetto montecalvese.


Qui di seguito recuperiamo un suo scritto, dal nostro archivio,  dal titolo "Il dialetto di Montecalvo Irpino"

Montecalvo Irpino è situato nell’Alta Irpinia nord-orientale e la sua parlata presenta affinità con i dialetti dell’Abruzzo, del Molise, del Sannio, della Daunia, della Lucania e della Calabria settentrionale, aventi tutti come sostrato l’antica lingua osca.
Per scrivere i miei testi vernacolari nella parlata montecalvese, appartenente alla vasta famiglia del dialetto irpino, dopo attenta valutazione ho adottato l’ortografia fonetica.
Questa parlata presenta la stessa varietà vocalica dei dialetti delle aree geografiche suindicate. La e tende ad essere muta, come quella francese, e nel finale delle parole s’avvicina al suono della i, come in fémmini (donne). La e aperta, con accento grave, si è conservata, come nelle parole bèlla, facènni, èriva, èscu, mèle, fèddra (bella, faccende, erba, esco, miele, fetta).
La vocale o può avere due suoni distinti: aperto, ad es. in ‘ncòppa (sopra), oppure chiuso come in cócche (qualche). In finale di parola assume un suono indistinto tra la o e la u, es. dòppu (dopo).

La j è semivocale o semiconsonante ed è associata a delle vocali, come ad esempio nelle seguenti parole: éja, uócchji, vìja, mìju, pilìji, manéja, ruzzéja (è, occhi, via, mio, scuse, maneggia, ruzza).
I verbi all’infinito della prima coniugazione aggiungono quasi sempre ni alla desinenza finale che diventa à-ni: magnàni, fàni, assugàni (mangiare, fare, asciugare).
È molto frequente il raddoppiamento della consonante iniziale: Lu ppane, a Ppasquàle, ci lu ffacéva e cci lu mmannàva pi Mmingùcciu (Il pane, a Pasquale, glielo faceva e glielo mandava tramite Domenico).
È riscontrabile il fenomeno del betacismo, vale a dire la b che si sostituisce alla v: la balìgia (valigia), li bbìji (le vie), lu bbóle (lo vuole).
Le vocali e ed o sono quasi sempre accentate per differenziarne il suono e l’accento tonico è indicato nelle parole tronche e in quelle con più di due sillabe.
Non è presente il rotacismo, vale a dire la r al posto della d e neppure lo scivolamento del suono della a verso la e strascicata, come si riscontra nella parlata di Ariano Irpino, grosso comune limitrofo: rice (dice), rito (dito), quadrèra (invece di quadràra, ragazza).
Un numero ristretto di parole presenta il suono fricativo, assai frequente nella parlata napoletana; io lo indico con il gruppo consonantico shc, come in shcanàta, pishcóne, frishchèttu, shcattàni, shcavóne (grossa forma di pane tondo, grosso masso, fischietto, schiattare, sedano selvatico).
Il suono della cacuminale, di tipo occlusivo palatale, è indicato con ddr ed è presente nelle parole in sostituzione della doppia l, come in puddrìdru, quéddra, caddrìna, ìddru, quiddru ddrà (puledro, quella, gallina, egli o lui, quello là).
Nelle parlate delle varie località della Sicilia si riscontrano due distinti tipi di cacuminali, come ad es. nelle identiche parole ìddu e ìddru (egli o lui), pronunciate differentemente. Nel primo caso la lingua assume una posizione occlusiva interdentale, mentre nel secondo ha una posizione occlusiva palatale.
Il suono laringale, d’origine araba, è indicato con ghj, come in ghjucà, pi gghjìni, ghjurnàta, agghjurdàni (giocare, per andare, giornata, intorpidire).
La consonante ‘n, qui preceduta dal simbolo dell’elisione, può significare in indicando un luogo, come ad es.’n casa, ‘n facci, (in casa, in faccia), oppure la negazione non, come ad es. ‘n ci va, ‘n zi n’èsce, ‘n ci véne (non ci va, non se n’esce, non ci viene).
La s e la z sono due consonanti sibilanti e talvolta il suono della s muta in quello della z: Fònzu pènz’e ppènza e nun zi fa ccapàce (Alfonso pensa e ripensa e non si capacita).
Nella coniugazione dei verbi, come ausiliario, si usa talvolta il verbo avere anche per quelle forme in cui in italiano si adopera l’ausiliario essere: es. àgghju jutu, ha statu, av’asciùtu, ave trasùtu (sono andato, è stato, è uscito, è entrato).
Il condizionale non esiste ed è sostituito dal congiuntivo imperfetto o trapassato; es. lu ffacéss, ci minéss, ci fussi minùtu, mi lu ffussi magnàtu (lo facessi / lo farei, venissi lì / ci verrei, fossi venuto lì / ci sarei venuto, lo avessi mangiato / me lo sarei mangiato).
Manca la prima persona plurale dell’imperfetto indicativo e in sostituzione di essa si adopera la prima persona plurale del passato remoto; es.: nuj’aspittàmmu, nuji pigliàmmu, nuji vinnèmmu (noi aspettavamo / aspettammo, noi prendevamo / prendemmo, noi vendevamo / vendemmo).
Relativamente all’ortografia fonetica, rispetto al 1988, quando pubblicai il libro Lo zio d’America, con cui avviai il recupero creativo della civiltà agro-pastorale in Irpinia, nei 20.000 versi che ho scritto negli anni successivi, ho introdotto delle semplificazioni nella scrittura, da me ritenute ininfluenti sia per la pronuncia che per il significato delle parole. Così gli articoli indeterminativi ‘nu e ‘na sono diventati nu e na; le preposizioni semplici cu’ e pi’ (con e per) sono diventate cu e pi; nei verbi la cui vocale finale e è completamente muta, ho provveduto ad eliminarla, es. jètt, minètt, facètt, vinnètt, finètt’e partètt (andò, venne, fece, vendette, finì e partì).
Zell, 24 maggio 2004 Angelo Siciliano