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Sentieri della Memoria. Vita e mestieri dei trappetari.

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Montecalvo Irpino (AV), il giorno al Trappeto iniziava all’alba per la maggior parte dei suoi abitanti. A quell’ora, infatti, i contadini si levavano per andare a lavorare nei campi. Bardato l’asino o il mulo, preparata la colazione-pranzo, legati il maiale e le pecore “da purtà fóre” (condurre al pascolo in campagna), assicurati gli attrezzi da lavoro al basto,

unitamente alla sporta “cu la vòcchila cu li pulicìni” (la chioccia con i pulcini), caricata la culla del lattante sul capo della madre, chiuso l’uscio di casa, l’intera famiglia si avviava verso il proprio campo, da dove avrebbe fatto ritorno a sera inoltrata. Tuttavia, i contadini non erano i soli, e spesso nemmeno i primi, ad alzarsi. Prima di loro, infatti, si erano levati dal letto i fornai ed erano andati a “cummannà” le donne, nelle rispettive case, per fare  il pane. I contrabbandieri erano già “fóre terra” (lontano dal paese) per i propri traffici. "Li jurnatiéri" (i braccianti), ingaggiati la sera prima in piazza già si erano incamminati verso i campi, dove avrebbero prestato la loro opera per quel giorno. “Cu li spese” (con i pasti) o senza, a seconda del patto col padrone del terreno. I “ciucciàri” (da ciucciu-ciuco), avevano già bardato la “vèstija” (bestia da soma. Nella parlata, la consonante iniziale “v” di alcune parole era cambiata in “b”, per un fatto di betacismo, come ad esempio la parola valigia diventava “balìgia”. In qualche caso si verificava il fenomeno inverso, vale a dire la “b” era cambiata in “v”) e formata la carovana, si avviavano “a la jumàra” (al fiume), per prelevare le pietre o la rena per la costruzione delle case, oppure nei campi per il trasporto in paese dei prodotti della terra.

Si attardavano un po’ di più a letto gli artigiani, ma non per molto.
In paese rimanevano i vecchi a svolgere piccole incombenze, per le quali sarebbe stato gravoso per le famiglie destinarvi le giovani forze lavoro, come, ad esempio, asciugare la passata di pomodori al sole o le granaglie prima di riporle nei magazzini, allargare la lana per il materasso delle future spose (operazione con la quale si toglievano le impurità dai batuffoli di lana e se ne allargavano le fibre per renderla più soffice), controllare gli animali da cortile lasciati liberi di ruspare vicino alle abitazioni, raccogliere le uova deposte dalle galline (per la deposizione delle uova alle galline era indicato il posto in cui farlo con “l’énnici” - endice - un uovo vecchio o svuotato o qualcosa che ne ricordasse la forma, come ad esempio il pomo bianco di porcellana che si era rotto dalla maniglia di qualche porta, riposto nella paglia del nido. Le povere galline erano “sondate” ogni sera dalle mani esperte delle anziane donne che, per vedere se il giorno successivo avrebbero fatto l’uovo, erano solite procedere all’esplorazione rettale dell’animale introducendovi il dito indice fino alle ovaie, per tastare il guscio duro, “l’attandàvunu”. Povere galline, condannate alla duplice sofferenza: in entrata ed in uscita!).
Pur essendo in prevalenza addetti alla coltivazione della terra, anche altri erano i mestieri che i Trappetari praticavano. In paese c’erano anche gli artigiani e i commercianti, ma la loro attività era praticata, per lo più, in altre zone del paese.
Ho citato i fornai e i ciucai e di loro desidero parlare più nel dettaglio, perché il mestiere del fornaio, tuttora praticato, si è completamente trasformato con la panificazione artigianale, mentre quello del ciucaio è totalmente scomparso.
Tutti facevano il pane in casa, ma il forno non esisteva nelle case di paese. Facevano eccezione le case di campagna. In paese c’era chi per mestiere gestiva il forno, generalmente destinato alla cottura del pane dei “vicitàli” (i clienti), e, solo in via residuale, per la produzione del pane destinato alla vendita a quei pochi che non se lo facevano da sé. Non in tutte le case era disponibile la sveglia e quella sopra il campanile di Santa Maria, “la llòrgia”, poteva non essere udita da tutti. Per questa ragione, tra le incombenze del fornaio c’era anche quella di “cummannà”, comandare per l’impasto per la panificazione. Si trattava di svegliare le massaie, che si erano prenotate la sera prima, affinché dessero inizio all’impasto della farina “’nd’à la fazzatóra” (nella madia), così che la pasta potesse lievitare in casa ed essere portata al forno dalle donne, in una grossa cesta sul capo, solo per la cottura. Al forno si “shcanàva” soltanto (si tagliava la pasta e si facevano “li shcanàte” di due o quattro chili) e si faceva “riparà” (una seconda lievitazione) la pasta prima di infornarla. Il lievito era stato preparato la sera prima “cu lu criscènte”, un pezzo di pasta preso in prestito dalla vicina, che aveva panificato il giorno precedente. Era consuetudine che ognuno conservasse un pezzo della propria pasta da cedere al vicino il giorno dopo. Anche il fornaio ne conservava dei pezzi per coloro che non riuscivano a procurarseli dai vicini. La cottura del pane poteva essere pagata al fornaio in contanti, ma ciò succedeva raramente, o in natura: si portavano un tot di fascine (fissato convenzionalmente in una fascina per ogni  shcanàta di pane da cuocere) per scaldare il forno, “purtà lu furnu ‘n còcita”, o si lasciava qualche “shcanàta” di pane che sarebbe stata venduta a chi non panificava. Qualche spicciolo in più il fornaio lo incassava in occasione della preparazione dei dolci di Pasqua, quando a recarsi al forno non erano soltanto i contadini.
Era usanza che i clienti del forno donassero un pezzo di pasta ciascuno. Detti spezzoni, uniti tra loro, venivano cotti per preparare i cosiddetti “shcanatiéddri di Sand’Andòniju”, che giornalmente erano ritirati dal frate di cerca, che girava “cu la visàzza” (con la bisaccia), per le esigenze del locale convento francescano e per i poveri che andavano a chiedere una pagnotta.
L’usanza di donare cibo al convento era molto osservata al Trappeto. Infatti, oltre al pane, si donava ogni altro prodotto della terra e, quando si ammazzava il maiale, si era soliti donare “la’ nzógna”, lo strutto, versato nei “pignatiéddri di Sand’Andòniju”, consegnati nei giorni precedenti alle famiglie dal frate addetto alla questua. Per le strade del Trappeto giravano liberi “li purciéddri di Sand’Andòniju”, contrassegnati da una croce sul dorso, tracciata con inchiostro indelebile. Tali maiali mangiavano insieme a quelli dei contadini e, quando arrivava il periodo di Natale, venivano macellati al convento e con le loro carni si facevano insaccati, anch’essi destinati alla mensa dei frati e ai poveri.
Lo stare al forno, come il recarsi a prendere l’acqua ai fontanini pubblici, era per le donne un’occasione per scambiarsi informazioni e pettegolezzi sui compaesani, un po’ come era per il maschi la bottega del barbiere.
I “ciucciàri” erano organizzati in una carovana, “la Caravàna”, una sorta di cooperativa. Essa era retta da un capo designato da tutti coloro che ne facevano parte, generalmente uno capace di leggere e scrivere. Questi procurava le offerte di lavoro e curava la tenuta della contabilità dell’associazione. Quando non c’erano ancora i mezzi meccanici, l’opera dei “ciucciàri” era richiestissima da chiunque avesse bisogno di movimentare merci, principalmente dai contadini e dai muratori. Per i primi trasportavano, all’epoca del raccolto, tutti i prodotti che necessitavano di essere trasferiti con una certa celerità. Ad esempio, quando si vendemmiava, con un solo viaggio della carovana si trasportava tutta l’uva “vidignàta” (vendemmiata), in modo che potesse essere pigiata tutta insieme. Oppure, al tempo della mietitura “carràvunu li grègni a l’àrija” (trasportavano i covoni all’aia più vicina) dove avveniva la trebbiatura, effettuata con i buoi o i muli che calpestavano le spighe e vi trascinavano sopra grosse pietre legate al giogo, “li tufi”.
Per i muratori, i “ciucciàri” trasportavano le pietre, la sabbia di fiume, la rena di tufo per gli intonaci, il cemento, la calce, l’acqua, il legname e quant’altro servisse per la costruzione delle case. Le grosse pietre erano prese al fiume e trasportate in numero di due o al massimo tre su ogni animale. A destinazione venivano impilate ordinatamente nei pressi del cantiere e il compenso per il loro trasporto veniva definito a volume: si misurava la “murrécina” (cumulo di pietre dai contorni più o meno regolari) con un’apposita canna di misura standardizzata. Per questa attività in particolare, i “ciucciàri” generalmente si organizzavano in gruppi. C’era chi procurava le pietre, le spaccava se erano troppo grosse, e le caricava “’ncòpp’a li bèstiji”. Altri, invece, le trasportavano in paese legando tutti gli animali, uno dietro l’altro in carovana, e, giunti a destinazione, le scaricavano e le impilavano per la misura.
Far parte della carovana non impediva ai “ciucciàri” di far qualche piccolo lavoro, “nu viaggiu”, per conto proprio, quando non era necessario impegnare più di un animale. I grossi lavori li procurava il capo della carovana, mentre quelli piccoli se li procuravano “li ciucciàri” per conto proprio, generalmente combinandoli la sera prima alla cantina, il che rappresentava anche un’ottima scusa per andare a giocare a carte e a bere!
I “ciucciàri” erano assidui frequentatori delle fiere, che si svolgevano a Montecalvo e nei paesi vicini. Avevano spesso un fiuto spiccato per il commercio e offrivano la loro senseria, “facévunu li zanzàni”, per concludere qualche affare. Erano, ovviamente, specializzati nel valutare il bestiame, segnatamente gli equini. Qualche volta, se il venditore offriva sottobanco un adeguato compenso, facevano un po’ i furbacchioni e si prestavano a bidonare ingenui acquirenti presentando, come un vero affare, l’acquisto di veri e propri brocchi carichi di anni. Probabilmente da questo nasce quel famoso adagio Montecalvese che dice “lu ciucciu viécchju a la casa di lu féssa móre” (il ciuco vecchio alla casa del fesso muore), per significare che il pericolo di fare un cattivo affare era sempre in agguato per i più sempliciotti. Si usava dire anche “tu sì cóm’a lu ciucciu ‘mman’a li zìnghiri” (si riteneva infatti che i nostri “ciucciàri” avessero delle affinità con gli zingari, per lo meno nelle capacità di commerciare gli animali), per dire di uno che vale poco, nonostante le apparenze.
Molto spesso i “ciucciàri” si prestavano anche a piccoli traffici di contrabbando, commerciando prodotti agricoli non versati all’ammasso e scambiati a prezzi più contenuti di quelli praticati nelle vendite ufficiali (nel secondo dopoguerra, infatti, le politiche di sostegno alla produzione agricola, varate dalla Comunità europea, funzionavano bene al punto che si cominciarono ad avere surplus di produzione che, per la legge della domanda e dell’offerta, minacciavano il livello dei prezzi dei prodotti agricoli. Per evitare ciò, furono varate le “Politiche di ammasso” dei prodotti eccedenti. In altre parole, la Comunità Europea s’impegnava, attraverso le diverse articolazioni nazionali, ad intervenire sui mercati ritirando determinate quantità di talune produzioni agricole, quando i prezzi delle stesse rischiavano di scendere al di sotto di determinate soglie. In tal modo i prezzi dei prodotti tendevano a stabilizzarsi con la limitazione dell’offerta e, di conseguenza, i redditi delle Aziende agricole non erano sottoposti alle congiunture negative dei mercati). Sfidando la vigilanza della Guardia di Finanza e il pericolo di delazione, riuscivano a mettere insieme qualche spicciolo in più. Tuttavia, non si può per questo concludere che i “ciucciàri” fossero dei fuorilegge né che vivessero di illeciti. Erano solo persone che cercavano di sbarcare il lunario facendo lavorare un po’ più la testa, rispetto alle braccia, assumendosi qualche rischio personale e speculando, qualche volta, sulla buona fede degli sprovveduti. Non a caso, nel comune sentire della gente, erano considerati persone oneste, solo un po’ sfaticati!
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Immagine:D.Albanese

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