Fatti e antefatti
Angelo Siciliano

[Edito 03/12/2005] È certamente meritorio che, dopo oltre quaranta anni di totale abbandono, le sinergie pubbliche abbiano deciso di allentare i cordoni della borsa, per elargire i fondi necessari e consentire di salvare, consolidare e ripristinare quanto rimane del castello di Montecalvo Irpino, su cui era il Palazzo ducale, ultima residenza dei duchi Pignatelli. Ciò che è rimasto di questa struttura medievale e dei rimaneggiamenti successivi, probabilmente lo si deve a chi progettò i muri inclinati a mo’ di contrafforte, contro cui nemici umani e naturali, come terremoti ed agenti atmosferici, si sono accaniti per secoli, senza averne ragione. Un po’ come è successo per l’Ospedale di Santa Caterina d’Alessandria, in Via Lungara Fossi, che resiste ostinatamente alle ingiurie del tempo, anche se quando piove molto qualche sasso si stacca e cade giù. Del castello ci sono pervenuti i locali seminterrati, mentre degli edifici superiori restano qualche brandello di muro diroccato e un’ampia spianata, fruibile come belvedere sugli ampi panorami circostanti, o per estemporanei spettacoli estivi. Nel progetto di recupero sono previsti la ricostruzione degli edifici superiori, dov’era il Palazzo ducale, e del campanile di Santa Maria, di cui rimane a terra una campana.
Nulla si dice dei tunnel che, secondo antichi racconti, partivano dagli scantinati del castello come potenziali vie di fuga, in caso d’attacco da parte del nemico. Antonio Garofaniello, Caròfinu, verso metà Novecento, raccontava che i tunnel dovevano essere tre: il primo portava verso il castello di Corsano, il secondo verso la Pescara e il terzo, passando per la cantina della famiglia Pirrotti e scendendo per la contrada della fontana della Monica, per poi risalire, sboccava nei pressi della fontana della Terra. Diceva pure che questo terzo tunnel era stato aperto e poi ostruito in Via Lungara Fossi, proprio in corrispondenza della cantina Pirrotti, con la costruzione del muro di contenimento del terrapieno retrostante il palazzo dell’Ente Rosa Cristino. Se, dopo il ripristino della Collegiata di Santa Maria e della chiesa rurale di San Nicola a Corsano, si vanno elargendo fondi per il recupero del castello, delle case e dei palazzi del centro storico, di cui era stata deliberatamente decretata la morte dopo il terremoto del 1962, per il resto, come una volta dicevano i giocatori incalliti, il piatto piange.
E piange per il Trappeto, per il Castello di Corsano, per la chiesa di San Gaetano Thiene, per il Casino di Stiscia e per ciò che potrebbe diventare il “Parco Architettonico Rurale della Malvizza”. Forse non è già troppo tardi, per il loro recupero, come alcuni pessimisticamente ritengono. E la campana non è ancora suonata a morto. Tanto c’è da fare, si può fare, si deve fare! Certo, ci vuole coraggio e soprattutto un’inversione di rotta, rispetto alle politiche dilatorie ed accidiose del passato. Ma quando si è fatto poco o nulla per il recupero del settore edilizio storico, che potrebbe avere una ricaduta non trascurabile sia per l’immagine che per la realtà economica locale, se suffragata da altre iniziative, cominciare a riempire un’assenza di scelte politiche, non è mai tardi. Non è mai troppo tardi! Qualcosa si deve pur fare per Montecalvo, sia come paese che come paesaggio rurale. Non si può pensare che siano gli altri a fare. Quando quegli altri, in realtà non esistono, o si astengono dall’operare. Insomma, bisognerebbe darsi le mani di torno, o meglio cominciare a sporcarsi le mani. Certo, in un ambiente così, la burocrazia e la gente non sono d’aiuto. Perché la burocrazia privilegia lo status quo, si dimostra ostruzionistica, mette i paletti tra le ruote. La gente non dà importanza a queste cose. Ma compito dei politici, se la politica è una missione, o almeno una funzione di servizio, come dovrebbe sempre essere, è “fare le cose”. E farle bene. Sicuramente applicando le leggi, non facendosi imbrigliare dalla filosofia che è meglio non fare, per non dover sfidare poi polemiche pretestuose e avvelenarsi l’esistenza. E in ogni caso è sempre meglio essere ricordati per aver fatto qualcosa di utile per la gente e le generazioni future, anziché come nullafacenti che ci si è limitati a gestire l’ordinaria amministrazione. E compito della politica è stimolare i privati fornendogli gli input giusti, affinché si avviino iniziative concrete e proposte progettuali. E quindi anche i privati dovrebbero svegliarsi, pretendere che certi interventi siano fatti, e cominciare a fare in proprio ciò che è di propria competenza, se si desidera che i figli non siano sempre costretti ad emigrare. E anche i giovani devono attivarsi, essere intraprendenti, cogliere le nuove opportunità, organizzarsi con cooperative sul territorio, per le attività agroturistiche e la valorizzazione dei prodotti tipici, guardando a quanto di buono si va facendo nel resto dell’Irpina e in altre regioni. E non sperare di ricevere sempre dagli altri “l’uóv’ammunnàt’e bbuónu”, le cose già belle e fatte. Io, che non risiedo a Montecalvo da lungo tempo, raccolgo spesso echi di ciò che si va facendo in altre parti dell’Irpinia, per recuperare, ripristinare, rinnovare, rivitalizzare, conservare e tramandare. In questo modo si creano anche le premesse per produrre ricchezza. E si sa quale importanza vitale ha per i giovani la possibilità di avere un reddito certo sul proprio territorio. Di alcuni paesi conservo ricordi personali.
Nel 1983 accompagnavo mia moglie a Sant’Angelo dei Lombardi, dov’era stata nominata commissario d’esami per ragionieri, e ne approfittavo per dipingere sul posto la cattedrale puntellata da un’infinità di travi. In seguito essa sarebbe stata splendidamente recuperata e restituita al culto nella sua integrità ripristinata. Mentre la disegnavo, mi si affacciava un pensiero malizioso: a Montecalvo, una chiesa così malconcia, non ci avrebbero pensato su due volte a cancellarla per sempre. Era anche evidente quanto, per la gente e gli amministratori di quel comune, dopo il terremoto del 1980, fosse prioritario ricostruire anche il centro storico com’era prima del sisma. Osservavo muratori al lavoro fasciare con grate d’acciaio e gettate di cemento i muri risparmiati. Ricostruivano così le abitazioni. Più o meno com’erano prima del disastro. Ariano Irpino, dopo i terremoti, ha sempre dato la priorità al recupero degli edifici storici e poi anche alle case della parte vecchia della città. Casalbore si è rifatto il look ed è piacevole visitarne il centro storico. In tanti altri comuni dell’Irpinia s’istituiscono musei, si salvano casali, taverne e masserie. S’inventano parchi naturali. S’incentivano le imprese. A Montecalvo sono successe cose incredibili nei decenni passati. E avrebbero dovuto indignare la gente e far levare voci di protesta da parte dei cittadini istruiti e colti, che pure non mancavano. E invece, il silenzio! Perché alla gente bastava sistemare le proprie cose, la propria casetta, e quel patrimonio di edifici, depositario della storia comune e della memoria collettiva, poteva essere anche spianato e fatto rotolare nella discarica del Fosso Palumbo. Come se la cosa non riguardasse nessuno. Insomma, si è lasciato fare in ossequio ad una regola malsana: prima di tutto l’interesse particolare in luogo di quello generale. Colposamente si è cancellata l’identità del paese, disseminando la lunga e diseguale collina di disordinati e anonimi nuclei abitativi, perché ha imperato l’incuria collettiva. Si è proceduto, come se niente fosse, ad abbattere alcuni edifici, fondamentali per l’immagine, il decoro e la storia del paese, che i terremoti avevano in ogni modo risparmiato. Si abbattevano il campanile della Collegiata di Santa Maria, il seicentesco convento dei francescani, con l’altare barocco e il soffitto affrescato, mezzo Palazzo Peluso, mezzo casino di Stiscia alla Marinella, il soffitto della chiesa di San Bartolomeo con gli affreschi di Nicola Auciello. Mi risuonano ancora nelle orecchie i lamenti di Giovanni, figlio di Nicola, che fu pittore e fotografo, di cui è andato perduto anche il patrimonio di foto e lastre fotografiche. Addirittura si svuotava la Collegiata di Santa Maria. Se ne disperdeva l’arredo, di valore non trascurabile, e si aveva l’impudenza di farla sconsacrare, per renderla vuoto sarcofago di memoria. Perché nella fantasia illuminata e lungimirante di qualcuno, quello era il posto ideale per collocarvi la biblioteca comunale. Insomma i buoni propositi, se non si combinano con un interesse personale tangibile, non si mettono in pratica, o si rinviano sine die. Quelli cattivi, invece, non si aspetta tempo ad attuarli. In questo paese, si potrebbe dire che nel Novecento, terremoti compresi, è passato “Attila”, nelle vesti di spianatore d’edifici e “resettatore” di memorie. Molto era stato distrutto dopo il terremoto del 1930. Benedetto l’arrivo di nu frustiéru, il parroco don Teodoro Rapuano, che ha suonato la sveglia e che, tra infinite difficoltà, sta facendo in modo che in questo paese vi sia davvero un’inversione di rotta, rispetto a quanto finora si è fatto. Anzi, non si è fatto! Comunque tanto si potrebbe fare, si diceva. Bisognerebbe rimboccarsi le maniche, e avere il coraggio di sfidare l’inevitabile incomprensione della gente e la burocrazia. E tanto potrebbero fare i tecnici del paese, i liberi professionisti dell’edilizia, che non hanno neppure un’associazione professionale locale, elaborando progetti di recupero edilizio e sottoponendoli all’amministrazione pubblica, che si attivi affinché siano approvati e finanziati. [Nativo]
[Crediti│Foto:Franco D'Addona]