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Frammenti di storia: Aequum Tuticum
[Edito 05/07/2013] Sullo spartiacque appenninico in località Sant’ Eleuterio di Ariano Irpino, sono visitabili i resti dell’antico centro di Aequum Tuticum, nodo viario, da cui si irradiavano numerose strade che collegavano da nord a sud il Sannio con la Campania, e da est ad ovest il versante tirrenico con quello adriatico. In età repubblicana, una via Aemilia collegava Aequum Tuticum con Fioccaglia di Flumeri ed Aeclanum. Nel 109 d.C. il centro viene attraversato dalla via Traiana e successivamente dalla Herculia. Nonostante che il toponimo Aequum Tuticum alluda a un insediamento sannitico, la fase più antica attestata dagli scavi è riferibile all’età imperiale. L’emergenza più rappresentativa è costituita da un edificio termale databile al I sec. d.C., il cui ambiente centrale era decorato con un pavimento a mosaico con tessere bianche e nere, con motivo a pelte. Alla seconda metà del II sec d.C. si riferiscono una serie di ambienti disposti a schiera interpretabili probabilmente come horrea (magazzini) o tabernae (botteghe).
Nella zona retrostante ad essi è emerso un grande ambiente rettangolare, verosimilmente pertinente a una villa con un pregevole pavimento musivo policromo,con un complesso motivo ornamentale. Il vicus presenta una continuità abitativa che si attesta almeno sino alla metà del IV sec. d.C., quando fu colpito dal terremoto del 346 d.C., a cui seguì una ripresa dell’attività edilizia, documentata dall’ambiente mosaicato. In età tardo-antica altomedievale riporta il nome di S.Eleuterio, da identificare con il martire romano molto venerato a Roma nell’VIII sec. d.C.. L’insediamento di epoca medievale appare suddiviso in isolati raccolti intorno ad un cortile dotato di un pozzo. Tali ambienti inglobano e si sovrappongono alle strutture di età romana e tardo-antica, cambiandone l’orientamento (ruotano di 45°). Dallo studio della classe ceramica medievale (invetriata, smaltata e graffita), si è potuto ipotizzare una presenza abitativa che va dal XIII fino al XIV secolo,quando il luogo viene ancora una volta sconvolto da un evento sismico [Nativo] -
La vita di San Pompilio è ora un film: Amerò sempre
Alfonso Caccese
[Edito 18/06/2013] Da un idea che sembrava irrealizzabile a pochi giorni dalla realizzazione finale del progetto, quasi un anno dalla scrittura alla sua messa in opera. Questi i tempi richiesti per la concretizzazione dell’idea fantastica del parroco di Montecalvo Irpino, Don Teodoro Rapuano, un film sulla vita di San Pompilio M.Pirrotti.Una idea senz’altro meritoria ma che già era stata studiata e progettata nel 2008 per iniziativa dell’allora assessore Nicola Serafino, coadiuvato dal Dottor Antonio Stiscia, trovarono il regista e lo sceneggiatore,contattarono le persone giuste, cercarono il coinvolgimento di personaggi di spicco dello spettacolo,predisposero un progetto,di cui il materiale è agli atti del Comune,ebbene, tutti quelli che avrebbero dovuto dire di sì,ammutolirono. Le autorità civili e religiose nicchiarono! Seguì il nulla fino ad oggi e questa è storia recente. Il film prende spunto da una espressione che il Santo Montecalvese usava spesso nelle sue omelie in tutto il suo peregrinare nei vari luoghi delle sue missioni “Amerò sempre” e ripercorre le tappe e i luoghi , dalla sua formazione spirituale alla tremenda prova delle sue missioni non sempre facili come ad esempio la sua espulsione e l’esilio dal Regno Borbonico per le sue idee troppo avanguardiste per il tempo, Padre Pompilio, sensibile e discreto, non seppe, né volle, adattarsi alle orridezze di quella boscaglia napoletana, intrisa di formalismo bigotto, con sprazzi illuministici. Dalla fuga verso Benevento e l’abbandono della sua vita agiata e vissuta con i suoi coetanei a scorazzare per le vie e i vicoli della sua cara Montecalvo. Uomo del popolo e per il popolo sempre vicino agli ultimi e ai bisognosi ai quali ha dedicato la sua intera esistenza. Uomo di fede devotissimo alla sua “Mamma Bella dell’Abbondanza” a rappresentare la sua fervente devozione al culto mariano. Uomo di carità pronto sempre a donare se stesso e quel poco che aveva in una condivisione spirituale ed ecumenica con la sua comunità . -
Montecalvo: tra folclore e leggenda
Redazione

Gruppo Folk a Napoli 1979 [Edito 21/06/2013] Il folklore (o folclore) viene da lontano e racchiude quei caratteri di tradizione e territorialità che ha trasformato nei secoli, riti e usanze della vita popolare in quelle che oggi possiamo definire importanti risorse culturali ed economiche. Trasferendo di generazione in generazione i segreti, le tradizioni e le usanze oggi il turismo e la vita quotidiana tendono a riscoprire il valore di queste antiche origini che partono dall’arte popolare e dall’artigianato per arrivare alle feste tradizionali e ai costumi folkloristici. Il termine folklore o folclore (sapere del popolo), racchiude le tradizioni antiche, del passato, nate dal popolo, tramandate oralmente e riguardanti riti, costumi, credenze, in relazione ad un determinato luogo o ad una determinata popolazione. Per Folklore si intendono quindi tutte quelle espressioni culturali comunemente denominate tradizioni popolari. Si caratterizza per il suo radicamento soprattutto nelle regioni meridionali con il proliferare di associazioni e movimenti alla ricerca perenne di antiche tradizioni e leggende da riportare alla luce.
E con questo spirito anche da noi ,a Montecalvo Irpino ,con la nascita della Pro-Loco agli inizi degli anni ‘70 , si è cercato di costituire un gruppo folk capace di conservare e divulgare le tradizioni locali e lo spirito che le accompagnava. Nei primi anni del gruppo l’attenzione era rivolta al recupero delle canzoni e musiche presenti nelle tradizionali feste popolari e la valorizzazione del costume tipico, unico in Campania, delle “pacchiane” ed il recupero etnico-musicale di alcune “cantate e ballate” (in lingua dialettale “Li suoni”) come la “Serenata montecalvese” e la oramai famosissima “Tarantella”con la sua variante tipica del nostro paese. Pionieri di questa ricerca gli appassionati cultori della nostra storia leggendaria, il Prof. Giambosco Maria Cavalletti, il Dott. Antonio Stiscia e il bravissimo scenografo ballerino, Albero Palladino. Negli anni , il gruppo Folk montecalvese di strada ne ha percorsa tanta. Spettacoli in tutt’Italia con partecipazioni anche all’estero in particolare Belgio e Svizzera dove risiedono molti emigrati montecalvesi. Numerosi i premi e gli attestati di associazioni ed enti nazionali ed esteri per l’unicità ed originalità delle prestazione offerte. Con grande impegno la Pro – Loco, arrivata al suo quarantesimo anno dalla sua fondazione, continua l’opera di promozione e sviluppo culturale della tradizione, ultima manifestazione, in ordine di tempo “la rievocazione del corteo nuziale” messa in scena dalla scuola dell’infanzia locale con la partecipazione di circa settanta bambini che hanno sfilato per le strade del paese nei tipici costumi folcloristici, ottimamente diretti dagli insegnanti Giuseppina Lanza, Filomena Iampaglia e Giambosco Maria Cavalletti. [Nativo]
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Montecalvo, auto travolta dalla piena del Miscano: 26enne salvata dai Vigili del Fuoco
Redazione

Momenti di apprensione nella serata di lunedì 2 novembre, intorno alle ore 20, in contrada Frascino, nel territorio di Montecalvo Irpino.
Nel tratto in cui la strada si imbocca con la statale 90 bis — dove un cartello ben visibile vieta di attraversare il fiume — una ragazza di 26 anni è rimasta intrappolata nella propria automobile mentre tentava di attraversare il torrente Miscano, ingrossato dalle piogge. La corrente ha investito e trascinato la vettura per oltre cinquanta metri, impedendo alla giovane di uscire dall’abitacolo.
L’allarme è stato lanciato dal fratello che, insieme al fidanzato, era riuscito inizialmente ad ancorare l’auto con corde e catene. Sul posto sono intervenuti i Vigili del Fuoco di Grottaminarda, che con l’ausilio di una scala in legno hanno portato in salvo la ragazza. Presenti anche i Carabinieri e due ambulanze. Poco dopo il recupero, la corrente ha definitivamente travolto e trascinato via l’automobile.
La giovane è stata soccorsa senza riportare gravi conseguenze: una vicenda che poteva avere un epilogo ben diverso.
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Angelo Siciliano e la memoria contadina
Paolo Saggese

Museo della civiltà contadina – San Nicola La Strada [Edito 10/06/2013] Resto ammirato di fronte alla produzione poetica, artistica e antropologica di Angelo (all’anagrafe Angelomaria) Siciliano, nato a Montecalvo nel 1946, e che, da una vita ormai, ha abbandonato con il “corpo” l’Irpinia.
Nel 1965, infatti, aveva preso la strada per Napoli, in attesa di laurearsi alla “Federico II” in economia, poi il servizio militare, e dal 1973 si è trasferito a Trento, dove ha insegnato negli Istituti superiori e tutt’ora vive con la sua famiglia.
Egli appartiene, dunque, pienamente a quelli che abbiamo definito i “poeti della diaspora”.
Del resto, lo stesso Siciliano, nella “Premessa” ad un fascicolo autoprodotto ed edito in quindici copie nel 2010, scrive: “Pur vivendo a Trento dal 1973, idealmente non mi sono mai separato dalla mia terra natale, Montecalvo e l’Irpinia.
Solido permane il senso d’appartenenza alla civiltà mediterranea”. Detto questo, occorre anche un’altra precisazione. Il percorso intellettuale e umano di Angelo Siciliano è così ricco, che non può essere sintetizzato in poche formule, e così, pur essendo poeta brillante in lingua, oltre che pittore sperimentale da sempre, ho voluto privilegiare una lettura “dialettale” per uno straordinario libro di cui parlerò a breve. La sua esperienza intellettuale ha inizio con Versi biologici (1977), cui seguono le poesie di Tra l’albero di Giuda e quello del Perdono (1987). Sono due raccolte di componimenti in italiano, che dimostrano un’eleganza e un’ispirazione non comuni, che richiamano alla memoria la migliore produzione dei poeti del Sud, da Scotellaro ad Alfonso Gatto, per arrivare agli autori della nostra Irpinia. Ed ecco alcuni versi di un canto straordinario tratto dalla seconda plaquette: “Il Sud non è morto. Ancora no! / Lo affermiamo, noi della diaspora. / Riponete, i funebri paramenti, / ricacciate le Arpie, / non vengano ancelle dolenti, / non preparate vettovaglie:/ il consòlo non è per questi tempi” (da “Il Sud non è morto”). La poesia meridionalista di Angelo Siciliano si fa, inoltre, civile in altri componimenti, in cui si racconta l’emigrazione degli uomini del Sud, le stragi nere, la corruzione e l’impotenza della politica, la distruzione della natura, la guerra imperialistica, la giustizia che è deficitaria, la crisi delle idee, l’ingiustizia sociale. -
Civiltà contadina: la Malvizza
Alfonso Caccese
[Edito 11/06/2013] La ricerca delle proprie radici è un’esigenza che prima o poi, qualsiasi individuo si sente in dovere di tradurre in informazioni reali. Talvolta, addirittura, questa operazione si arricchisce via via di contenuti di sicuro valore letterario, scientifico, poetico.Per conseguire traguardi di tali dimensioni, è opportuno esprimere una gamma di funzioni e di sensibilità di fondo talmente ampia da poter essere parafrasata senza limitazioni di sorta.
Ne possono nascere trame espressive di diversa tipologia analitica: con inclinazione alla creatività artistica o alla riscoperta dell’ uomo attraverso vere e proprie analisi del contesto sociale. Si tratta di lavori rari, però, quando se ne scopre qualcuno, lo si legge con un piacere nuovo, se non altro per appropriarsi dei piccoli tesori che in esso si celano, magari dietro un sottile velo di pudore.
A ricordare e a tramandare oralmente tutto quello che è possibile ed umanamente tramandabile è il carattere forte e duro degli abitanti di questa contrada attenti custodi della propria storia e delle proprie tradizioni. Uomini e donne forgiate dalla durezza della vita ma strettamente legati alla continua evoluzione dei tempi moderni perenni testimoni di una storia non scritta ma realmente passata in questa terra che ancora oggi mantiene tutto il suo fascino misterioso e affascinante. La mesta sobrietà di vecchi contadini che da antichi massari, si sono , trasformati in conduttori di aziende agricole moderne dove del passato resta solo la struttura organizzativa di un lavoro svolto con una cadenza di tempi connesso ai ritmi biologici della natura. In una masseria , diventata oggi una moderna villetta di campagna, incontriamo una famiglia organizzata secondo i vecchi canoni ma con opportune differenze. Accanto allo screpitio di legna che irradia la sua luce e il suo calore da una “fucagna” da antichi ricordi, il buon vecchio Antonio, questo è il suo nome ci ricorda che: “
Non è più come una volta, oggi pure nella nostra contrada tutto è cambiato, ci sono le macchine moderne che ci aiutano nel nostro lavoro, siamo diventate aziende agricole e non siamo più al tempo dei massari”. Nella sua intensa vita ha visto il mutare delle cose e coi propri occhi ha assistito alla trasformazione radicale del mondo contadino dagli inizi degli anni sessanta in avanti. Testimonianza di un epoca in cui l’analfabetismo era imperante e la popolazione, traeva sostentamento dalla coltivazione della terra e dall’allevamento del bestiame. La suddivisione della società in classi era una tremenda realtà e i lavoratori della terra rappresentavano la classe più umile. Nelle masserie luogo più importante era l’aia, da anni scomparsa per colpa della moderna organizzazione del lavoro. In questa parte centrale si procedeva alla trebbiatura dei cereali si lavorava in mezzo al baccano e alla confusione, secondo una tradizione consolidata. Una moltitudine di uomini, donne e ragazzi lavoravano alacremente sull’aia, per giorni o settimane, ammazzandosi di fatica. Si respirava polvere e si sudava tanto con la canicola di luglio e agosto, per mettere da parte il raccolto dei cereali per l’inverno e anche la paglia per le bestie. A partire dagli anni Settanta, le nuove macchine tecnologicamente avanzate ( le mietitrebbiatrici ) capaci di operare anche sui declivi delle colline, hanno risolto ogni problema con la trebbiatura effettuata direttamente nei campi coltivati e la consegna, ai relativi proprietari, dei sacchi pieni di grano a domicilio. In questo modo sono scomparse delle affascinanti figure ottocentesche di lavoratori rurali, oramai confinati nei ricordi di un tempo che fu. Anche il paesaggio rurale in questi decenni è mutato, sia per l’introduzione di nuove tipologie di coltura che per l’uso diffuso delle macchine agricole che hanno sostituito il lavoro umano. [Nativo] -
Ciliegie, folklore e tradizioni: il territorio si racconta
Alfonso Caccese
[Edito 13/06/2013] E’ tutto pronto per la “Festa delle ciliiegie”, organizzata, per la giornata di sabato 15 giugno 2013, dalla Pro loco Montecalvo anche se la stagione che sta per finire è stata poco felice e ha messo a rischio la produzione del piacevole frutto. Ma organizzatori e coltivatori ce l’hanno messa proprio tutta e si presenteranno puntuali alla popolazione offrendo ad essa dolci a base di ciliegie e assaggi di vari tipi di ciliegie prodotte dal nostro territorio.
Una buona vetrina anche per i visitatori che affluiranno nel nostro comune per cogliere le peculiarità e la squisita bontà della nostra produzione di “cirase”. Alla manifestazione parteciperanno gli alunni della scuola primaria coordinati dagli insegnanti Filomena Iampaglia, Gian Bosco Cavalletti e Giuseppina Lanza, con uno spettacolo mirato alla riscoperta dei valori storici e folkloristici dell’antica tradizione montecalvese. Verrà rievocata la “sfilata nuziale”, il corteo degli sposi, e i bambini rigorosamente tutti in costume tipico , raggiunta piazza Vittoria, inizieranno uno spettacolo musicale con canti e balli della tradizione. Una manifestazione curata in ogni particolare dagli insegnanti che intendono così inculcare ai loro alunni, futuri uomini e donne di montecalvo, l’amore per la storia e la cultura delle antiche tradizioni. [Nativo] -
L’Estate Montecalvese 2012
[Edito 23/08/2012] Anche l’estate 2012 può considerarsi ormai archiviata. E se da un lato sono da considerare legittime le critiche per un cartellone piuttosto parco (giustificato comunque da una serie di circostanze non trascurabili) in quanto a numero di eventi, NON altrettanto si può affermare per la qualità degli eventi stessi. Molte le novità quest’anno soprattutto sul fronte motoristico con l’inedito e adrenalinico spettacolo del freestyle e il tanto atteso ritorno, dopo numerosi anni di assenza, della gara di Kart su circuito cittadino.
Paolo Cauteruccio Due appuntamenti che hanno regalato emozioni ed adrenalina a fiumi agli appassionati ma anche a chi vi si è avvicinato spinto dalla curiosità. Il Freestyle Air Contest è stato fortemente voluto e organizzato dall’Associazione I Lupi dell’Irpinia che ha dovuto affrontare, come ha ricordato il presidente Massimo Manganiello, non poche difficoltà. All’iniziale ed esoso impegno economico a garanzia della macchina organizzativa, si sono presto aggiunti anche problemi di natura logistico-burocratici. Ma grazie alla forte passione che anima i tanti giovani dell’Associazione la manifestazione si è svolta come da programma nei giorni 17, 18 e 19 agosto a partire dalle 20,30. La manifestazione è stata annoverata come il più grande evento freestyle motocross / quad freestyle concepito nell’Irpinia. Molteplici le esibizioni a cui gli spettatori hanno assistito: dal quad freestyle con il n°1 assoluto al mondo,( lo sloveno ALES ROZMAN pilota ufficiale KTM ) che ha saltato con il suo KTM SX505 per la prima volta in carriera in quel dell’Irpinia in compagnia di altri atleti provenienti dagli Usa , dalla Repubblica Ceca , dalla Francia e anche dall’Italia con il pugliese FRANCESCO BIANCO, meglio conosciuto come Ciccio White . A presentare l’evento, l’indiscutibile patron del freestyle italiano CLAUDIO TIERI, noto anche per il suo passato come speaker di diverse emittenti radiofoniche italiane e per vari film girati con la sua organizzazione. Da segnalare inoltre che l’evento era inserito tra le prove ufficiali della EUROPA INTERNATIONAL CUP.
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Romanzo popolare
Una vera storia d’amore
Mario Aucelli
[Edito 07/05/2013] Da poco è entrato nel circuito delle librerie un bel volume del Montecalvese Antonio Stiscia. Si tratta di una intrigante saga familiare bene ambientata e coinvolgente. Le persone di una certa età, che hanno vissuto l’epoca trattata dal libro o ne hanno sentito parlare in famiglia da ragazzi, dalla narrazione vengono coinvolte e spinte ad arrivare, subito, alla fine del romanzo per rivivere quel periodo che caratterizzò un’epoca della comunità certamente non lieta. Il volume è incentrato sulla “vita” di una contadinella, Felicita, e di un signorotto, Don Antonio, appartenente ad una famiglia blasonata e ricca che, ad un certo punto, per varie vicissitudini, si trova sul lastrico. Don Antonio, aveva un fratello che a Napoli, con dei soci, aveva aperto un istituto bancario. Ad un certo punto la banca fallì e il rampollo della nobile famiglia montecalvese dovette vendere tutta la sua estesa proprietà per far fronte agli impegni assunti con i risparmiatori. Anche don Antonio, per evitare la brutta figura alla nobile casata, impegnò i suoi beni per salvare il fratello.E pensare che don Antonio aveva passato tutta la sua giovane esistenza a folleggiare e corteggiare, corrisposto, nei teatri di Napoli e Parigi, le statuarie ballerine. Tornato a Montecalvo (nel libro il paese non viene mai nominato), per un consiglio di famiglia, mentre andava a controllare le sue terre, il cavallo che montava, lo disarcionò e don Antonio riportò un grave trauma alla colonna vertebrale.Passò tanto tempo immobile a letto, senza potersi muovere “nelle 40 e più stanze del palazzo di famiglia”, assistito amorevolmente dalla giovanissima orfana Felicita che era stata “adottata” dallo zio arciprete di don Antonio:
Don Fedele. La giovane dai capelli biondi come l’oro e dalla bellezza e dalla “solidità” di una statua greca, giorno e notte assistette il “signorino”. La frequentazione quotidiana portò al “fattaccio”. La ragazza si scoprì incinta. Don Fedele, lo zio arciprete, per evitare lo scandalo la collocò fuori paese in casa di parenti fidati. Non l’abbandonò mai… Mi fermo qua.
Non svelo come l’autore fa finire l’avventura del donnaiolo Don Antonio. Sollecito il lettore a comprare il libro e a leggerlo. Scoprirà un’epoca e un “fattaccio” che, sebbene tenuto nascosto, divenne di dominio pubblico. L’autore, Antonio Stiscia, laureato in giurisprudenza, ha pubblicato il suo primo romanzo con la Società editrice Passione Educativa di Benevento. Il titolo del libro è: “Romanzo popolare, una vera storia d’amore”. BravoAntonio. [Nativo] -
L’opera di Don Teodoro Rapuano a Montecalvo Irpino
Angelo Siciliano
[Edito 25/08/2011] Don Teodoro Rapuano, giovane parroco, era assegnato il 3 settembre 1999 ai fedeli di Montecalvo Irpino, facente parte dell’Arcidiocesi di Benevento. È grazie alla sua opera instancabile, che tutte le attività della Parrocchia San Pompilio Maria Pirrotti, sorta il 25 dicembre 1999 dalla soppressione delle due preesistenti parrocchie di San Bartolomeo e di San Nicola, si proiettavano, nel decennio successivo, verso le grandi celebrazioni giubilari del 2009-2010. È, il suo, autentico ‘innamoramento mistico’, molto operoso, per la vita eroica di S. Pompilio e per la Madonna dell’Abbondanza, “Mamma Bella” per il Santo montecalvese, che sono diventate i punti nodali della sua opera pastorale, dell’attività liturgica e di catechesi per promuovere la conversione, la spiritualità e la fede dei Montecalvesi e dei pellegrini che vengono in paese. Probabilmente, il tutto subì una brusca accelerazione quel fatidico 16 marzo 2001, quando, murate in un sottoscala di casa Pirrotti, oggi incorporata nel Museo della Religiosità Montecalvese e della Memoria Pompiliana, furono rinvenute tre statue lignee: la Madonna dell’Abbondanza, S. Lorenzo martire e il busto della Madonna Addolorata. Erano appartenute alla famiglia gentilizia montecalvese dei Pirrotti e, dopo un lungo, delicato e meticoloso restauro, sono tornate alla devozione dei fedeli. Ma, oltre alla suggestione collegata a questo inatteso ritorno, c’è un mistero che riguarda la cinquecentesca statua della Madonna dell’Abbondanza, rivelatosi proprio in sede di restauro: un teschio, ben riconoscibile, nella pupilla vitrea del suo occhio destro. In questi anni, grazie all’opera instancabile di don Teodoro, che intanto è diventato abate, a Montecalvo si realizzava quanto segue: soppressione, il 25 dicembre 1999, delle due Parrocchie di San Bartolomeo e di San Nicola per la successiva istituzione della nuova Parrocchia San Pompilio Maria Pirrotti; consacrazione, il 29 luglio 2000, della Chiesa parrocchiale di San Bartolomeo; l’inaugurazione, il 13 agosto 2000, del Santuario Parrocchiale della Regina della Pace in Contrada Malvizza; consacrazione, il 9 dicembre 2000, della ricostruita Chiesa di San Nicola presso il castello diroccato di Corsano; arrivo a Montecalvo, nell’agosto dell’Anno Santo, dell’urna con i resti mortali di San Pompilio proveniente da Campi Salentina; nell’Anno del discepolato, visita dell’urna con i resti mortali dell’Apostolo San Bartolomeo; riconsacrazione e riapertura al pubblico, il 23 marzo 2002, della Chiesa Madre, già Collegiata di Santa Maria Maggiore; consentito, dal 25 aprile 2002, il culto della statua di Mamma Bella dell’Abbondanza, ritrovata nel Palazzo Pirrotti il 16 marzo del 2001; presentazione, l’8 marzo 2003, della cappella Carafa restaurata; apertura, l’11 gennaio 2004, della casa delle Suore della Sacra Famiglia di Spoleto; realizzazione del Centro di Pastorale Giovanile, su un terreno ridonato alla Parrocchia il 2 agosto 2005; creazione nel 2005, come vera e propria operazione sinergica con alcuni giovani montecalvesi, della rivista Disputationes Pompilianae, di cui è direttore responsabile