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Le bolle della Malvizza

[Ed. 01/12/2004] Le bolle sono un fenomeno vulcanico, assimilabile vagamente ad una solfatara, con fuoruscita di gas e fango. Le emissioni mefitiche aumentano d’intensità e spettacolarità dopo le piogge. Il luogo è una “Mofeta” e nei pressi doveva trovarsi un santuario pagano dedicato alla dea Mefite, divinità degli inferi.
La Malvizza è una contrada di Montecalvo Irpino, situata ai margini nord-orientali dell’Appennino campano. Frequentata dai cacciatori del paleolitico, abitata dal neolitico, è attraversata dal tratturo, detto la “Via Della Lana”, che da Pescasseroli (AQ) consentiva, sino alla metà del 1900, ai pastori abruzzesi la transumanza con le greggi fino a Candela (FG). L’area fu conquistata prima dai sanniti e poi dai romani. Questi vi fecero passare la Via Appia-Traiana che da Roma portava sino a Brindisi. Molti reperti sono stati ritrovati nell’area, appartenenti al neolitico, all’età del Bronzo e del Ferro, all’epoca sannitica e a quella romana. Resistono alle ingiurie del tempo alcuni ponti romani, alcuni dei quali ormai diruti.

Ora, nel componimento di Siciliano intitolato Li ‘mbóddre (Le Bolle), è narrato che un taverniere, che dava da mangiare carne umana ai suoi ospiti, è scaraventato da Cristo, che passava di là, all’Inferno insieme alla sua taverna. Dopo di che, in quel luogo, la terra ribolle un po’ per avvertimento ai peccatori, forse, e un po’ perché è rimasta aperta la via per l’Aldilà. Per la nostra gente è fuor di dubbio che lì vi sia uno di questi centri di cui dice Eliade. Lì il divino, l’umano e il demoniaco (con una particolare commistione di questi due ultimi livelli, se si pensa all’antropofagia) sono entrati in contatto e restano in contatto. Perciò, per me Li ‘mbóddre è un testo di alta rilevanza folclorica e conserva, rivestiti di forme cristiane, aspetti delle credenze primitive dei nostri antenati irpini. E ciò per un’altra riflessione legata alla teoria del centro. In ogni cultura si crede che presso il centro d’intersezione dei tre livelli cosmici, si manifesti qualcosa del Caos originario. Un qualcosa che, la palude ribollente delle nostre campagne testimonia molto efficacemente. Un altro elemento mescola forse contenuti sacrali (il rituale della mietitura, di popolazioni trasformatesi da cacciatori in coltivatori?) e, chissà?, storici (l’antropofagia delle grandi carestie intorno al Mille?). Lascio a voi l’approfondimento della questione

Relativamente a questa leggenda esiste anche una seconda versione che io ho raccolto, ma è tuttora inedita. San Nicola sarebbe passato per la taverna e avrebbe liberato tutti i bambini che l’oste malvagio teneva chiusi nella cassa, per poterli ammazzare e adoperarne le carni come pietanze per gli avventori. Alcuni luoghi, particolarmente suggestivi o notevoli per altezza, ubertosità o anche perché orridi, paurosi, spesso nelle credenze popolari si rivestono di un’atmosfera che, per il diritto o per il rovescio, ha a che fare con il divino, l’Aldilà. Basti pensare alle varie porte dell’Averno, per i nostri progenitori latini o latinizzati, agli alti luoghi su cui si elevano templi, ai boschi sacri, ecc..

Un eminente studioso delle religioni, Mircea Eliade, in un suo studio, Images et symboles, Parigi, 1952, propone un’efficace sintesi del simbolismo, legato ai luoghi sacri, definendolo con il termine di centro. Il centro, per Eliade, è il punto di intersezione tra i tre livelli nei quali, in modo universale, i popoli della terra suddividono il cosmo: il Cielo, la Terra e gli Inferi. Parlando del centro egli dice: “E’ qui che può accadere una frattura dei livelli e, nello stesso tempo, stabilirsi una comunicazione tra queste tre regioni”.  [Nativo]

Mario Sorrentino

2 commenti

  • roberto Esposito

    Buongiorno.
    Trovo molto interessante da un punto di vista antropologico “Li Mbrodde” di Siciliano. Non avendo modo di recuperare il testo che lo edita, Le chiedo quali siano le fonti (orali?) che lo hanno ispirato e soprattutto quelle della variante inedita di cui parla nel suo interessantissimo racconto lei.
    Grazie per l’attenzione
    Roberto Esposito

    • irpino

      Sono Francesco Cardinale, l’ammistratore del sito. Ecco la variante a cui lei fa cenno nel suo commento.
      da: La Malvizza – La Transumanza, le Bolle, il Grano, edito in proprio a Bologna nel 2010. Mario Sorrentino
      La leggenda cristiana legata alle Bolle che mi sembra più significativa e poetica è richiamata in una ninna nanna che mia madre e le altre vicine di casa cantavano ai propri bambini nei primi anni ’50, e forse anche oltre. Gli unici versi che ricordo sono i primi due: “Santu Nicola pe’ la terra jéva, jènnu truvànnu pe’ se ripusàne…”. La narrazione comunque proseguiva così: “Nel posto chiamato Bolle della Malvizza, c’era una volta una taverna. Si diceva che la notte vi albergasse soltanto mala gente. Durante l’inverno, in un pomeriggio assai freddo, mentre il sole già tramontava, tre uomini si presentarono alla taverna. Il taverniere stava in piedi davanti alla porta, appoggiato a tre balle di fieno. Il più vecchio dei tre viandanti, con la mitra di vescovo sulla testa, un bastone da pastore nella mano diritta, con tanti capelli bianchi intorno alla faccia, e due occhi azzurri lucenti, disse al taverniere: “Dominus vobiscum”. “Da dove venite, e che volete?”, domandò con voce sgarbata il taverniere. Era nero di capelli, alto e grosso e con la barba tanto fitta che quasi non gli si vedevano gli occhi piccoli e rossi di sangue. “Veniamo dalla Puglia e cerchiamo da dormì e da mangià, pagando il giusto.” “Per il dormì, sopra la paglia per terra, e per il mangià solo tunninu”. I tre pellegrini entrarono nella taverna e si sedettero intorno al tavolone. Il taverniere sputò in terra e chiamò forte la moglie. La donna arrivò; era una poveretta tutta scapigliata e spaurita. Lui andò a prendere il tunninu e la moglie portò il vino. Quando il cibo e la bevanda furono in mezzo alla tavola, il vescovo ci stese sopra le mani e pregò. Pregò e pregò, ma così a lungo che i due monaci compagni suoi non ce la facevano più a nascondere sotto il pizzo della tonaca gli sbadigli. Finita la preghiera, il vescovo tracciò un grande segno di croce per aria; e che successe? Il tunninu e il vino si trasformarono in due bei bambini, un maschietto e una femminuccia. Il vescovo allora si alzò, prese per mano le due creature e uscì dalla taverna, con i monaci appresso. Fece un po’ di cammino e si girò. Segnò un’altra croce nell’aria ed ecco che la taverna, il taverniere e la consorte sprofondarono all’Inferno. Il vescovo era S. Nicola di Bari, e là, ancora oggi, al posto della taverna, c’è rimasta la terra che bolle sempre.
      Qui finiva la storia. E ricordo che io, a questo punto, domandavo a mia madre:” Perché pure la taverniera?” e mamma, sorridendo, mi rispondeva sempre così: “Pure essa, perché non si ribellava”

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