Territorio

  • ASPETTI ANTROPOLOGICI CULTURALI,  Politica,  Territorio

    Montecalvo come Matera

    [Edito 01/11/2019] Il sindaco Mirko Iorillo annuncia un lavoro di recupero e valorizzazione del Trappeto per costruire un albergo diffuso e rafforzare l’offerta turistica nel percorso della Via Francigena.

    “E’ già stato depositato uno studio sulle grotte del Trappeto, che sono degli scavi nella pietra che già nel 1600 venivano utilizzati come abitazioni dai contadini appoggiate nel tufo” spiega il sindaco Iorillo. “Fino agli inizi del ‘900 queste grotte sono state abitate, ma nel corso del tempo sono state abbandonate anche a causa dei due terremoti (del 1930 e del 1980). Tentiamo da 5 anni ormai di ottenere dei finanziamenti per valorizzare l’area, ma in attesa di un massiccio investimento, il Comune non ha mai smesso di fare la sua parte” continua. Nel corso del tempo molte grotte sono collassate, e il Comune è riuscito a mettere in salvo alcuni portali del ‘600. Non solo. Grazie al bilancio partecipato, l’area del Trappeto è stata individuata dai cittadini come destinataria di interventi, e il Comune ha potuto acquisire le grotte di proprietà privata per poter candidare l’area ad una progettazione di recupero complessiva. “Lavoriamo al recupero dell’area solo con l’aiuto degli operai della Comunità Montana, e siamo riusciti a inaugurare la piazzetta. E’ stato già redatto un progetto da 4milioni e mezzo di euro, che prevede il consolidamento statico e il recupero, ma l’iter di questo progetto realizzato 10 anni fa, è stato addirittura oggetto di un ricorso al Tar” spiega Iorillo.

  • Beni,  BENI ARCHITETTONICI E PAESAGGISTICI,  Territorio

    Il casino di Stiscia in contrada Marinella

    Angelo Siciliano

    [Edito 03/12/2005] Del casino di Stiscia rimane in piedi solo metà facciata, quella di destra guardando con le spalle rivolte al paese. L’altra metà fu abbattuta in ottemperanza alla legge sulla ricostruzione post terremoto. In seguito è crollato il tetto ma è rimasto il solaio del primo piano. È una costruzione pervenutaci dai secoli passati (che risalga all’epoca normanna?). Già restaurato e ripristinato in passato, con le sue sajittére, feritoie da cui sparare, era degno delle più belle masserie fortificate di Puglia. A osservarlo nello stato in cui è attualmente, suona come un delitto aver abbattuto parzialmente una struttura unica nel suo genere, consentendo che fosse ridotto nello stato pietoso in cui si trova. Andava risanato interamente e non ordinato l’abbattimento parziale, per lo sfruttamento della perizia per l’edificazione di una casa colonica qualunque. Suona come una beffa che, poco distante, sia stato edificato uno pseudo-castello medievale, turrito e merlato, degno di un villaggio di cartapesta di Walt Disney. E tuttavia questo casino si potrebbe ricostruire nella parte abbattuta e risanarlo prima di tutto nella sua facciata, e poi anche nel suo insieme. Di sicuro rivivrebbe ancora per qualche secolo e lo si potrebbe inserire in un itinerario agroturistico. [Nativo]
    [Crediti│Foto:Angelo Siciliano]

  • Ambiente,  Beni,  BENI ARCHITETTONICI E PAESAGGISTICI,  Territorio

    Il complesso edilizio della Malvizza

    Angelo Siciliano

    [Edito 03/12/2005] Il complesso edilizio della Malvizza è costituito dall’antica Taverna del Duca, dalla masseria di Stiscia, con l’annessa chiesa, dal casino e dalla masseria di Manzella, un lungo abbeveratoio e altre costruzioni abbandonate che erano adibite a stalle o a depositi. Esso si trova sulla strada, al bivio per Ginestra degli Schiavoni e Castelfranco, il che non guasta. È un nucleo architettonico straordinario. Unico nel suo genere. Non ve ne sono di simili in giro. Un complesso fantastico, solo a osservarlo. Pure nello stato di abbandono e sofferenza in cui versa da anni. E il tutto si arricchisce di un’aura particolare che rimanda al mito antico – le Bolle della Malvizza, Préta pìcciula, il Ponte dei diavoli, il Tratturo – che aleggia ancora su questo vasto paesaggio rurale, già frequentato dai cacciatori raccoglitori del paleolitico, e che da sempre ha alimentato l’immaginario collettivo. A Villamaina (AV) si sta recuperando, e reintegrando nelle parti crollate, la locale Antica Taverna. Sulla sua tabella tecnica esposta, è scritto che essa è da destinare ad attività ricettive culturali e turistiche nell’ambito del “Patto Turismo”. Alla luce di questo fatto, non si capisce perché non debba essere recuperata anche la Taverna del Duca, che oggettivamente è molto più bella di quella di Villamaina. Ipotizzando il recupero delle altre strutture, le masserie, la chiesa e il casino, si potrebbe progettare l’istituzione di un “Parco Architettonico Rurale della civiltà agropastorale alla Malvizza”, per recuperare una cultura cancellata, un’agricoltura e una pastorizia dimenticate. Pur con un occhio al passato, esso potrebbe proiettare verso il futuro, attivando sinergie, risorse umane e finanziarie per un’agricoltura adeguata alle esigenze attuali. E la Legge sul censimento delle masserie, e il finanziamento per il loro recupero, sarebbe uno strumento idoneo, per intraprendere una via possibile verso una rinascita. La creazione di un parco siffatto dovrebbe privilegiare la riscoperta dell’artigianato, la valorizzazione dei prodotti locali di nicchia, l’attivazione di circuiti turistici e di svago, il gemellaggio fruttuoso, e non solo di facciata, con aree geografiche similari più fortunate e importanti, la valorizzazione delle risorse ambientali, storiche e archeologiche. Non ci si dovrebbe mai dimenticare che, tutti insieme, abbiamo un dovere verso le generazioni future: non si può lasciare loro un mondo inquinato, impoverito di risorse e beni culturali, senza prospettive e una speranza di crescita in cui credere. Recuperare queste strutture sarebbe come dare dei punti cardinali di riferimento e qualche certezza, in un luogo che ne ha tanto bisogno.È chiaro che queste costruzioni, se ristrutturate, dovranno tornare a nuova vita. Non potranno essere le nuove cattedrali nel deserto. Il Sud ne ha già sofferto tanto in passato e per il futuro non ne ha assolutamente bisogno. [Nativo]

    La Taverna del Duca
  • Ambiente,  BENI ARCHITETTONICI E PAESAGGISTICI,  Territorio

    La stazione di Corsano

    La stazione di Corsano, situata nella bassa valle del Miscano, lungo la linea ferroviaria Napoli-Foggia, si trova in territorio di Apice, nei pressi della frazione Tignano, a circa 190 metri di altitudine. Il suo nome deriva dall’antico borgo di Corsano, appartenente a Montecalvo Irpino e posto sull’altra sponda del fiume Miscano. L’assenza di collegamenti attraverso il fiume, tuttavia, ha impedito nel tempo qualsiasi rapporto diretto tra la stazione e l’antico abitato.

    L’impianto, inizialmente dotato di un secondo binario destinato agli incroci, fu aperto al servizio viaggiatori nel 1942 e, dal 1946, anche al trasporto di piccole quantità di merci. La stazione serviva soprattutto le frazioni dei territori di Apice e Buonalbergo e, per molti anni, ebbe un traffico passeggeri prevalentemente locale.

    Nel corso del tempo il numero dei treni in fermata si ridusse progressivamente: dai sei collegamenti giornalieri del 1955 si passò a quattro nel 1973 e a soli due nel 2007. Con la diffusione del trasporto su strada e il conseguente calo dell’utilizzo ferroviario, alla fine degli anni Novanta la stazione rimase senza personale in servizio. Dal giugno 2008 nessun treno vi effettua più fermata e lo scalo è stato definitivamente soppresso.

    La struttura disponeva di un fabbricato viaggiatori e di due binari passanti, entrambi dotati di marciapiede. Oggi l’impianto non offre servizi ai viaggiatori e non dispone di parcheggio o di altri collegamenti pubblici.

    Redazione

    [Bibliografia di riferimento]
    [Le stradeferrate – Wikipedia]

    [Crediti│Foto:lestradeferrate.it / wikipedia]

  • Ambiente,  BENI ARCHITETTONICI E PAESAGGISTICI,  Territorio

    La stazione di Montecalvo
    e di Buonalbergo e Casalbore

    La stazione di Montecalvo – Buonalbergo – Casalbore è ubicata in una frazione lontano da tutti e tre i centri. Sia la stazione che Montecalvo e Casalbore sono in provincia di Avellino, mentre Buonalbergo è in provincia di Benevento. Nonostante la lontananza dai centri abitati, nel passato ha goduto di una discreta importanza con un buon traffico sia viaggiatori che merci. Oltre ai servizi locali, avevano fermata in questa stazione anche alcuni servizi a lunga percorrenza ed ancora alla metà degli anni ’80, sia l’espresso diurno Napoli-Bari che l’espresso notturno Roma-Lecce e viceversa fermavano qui. Presso la stazione erano presenti anche una dozzina di alloggi per le famiglie dei ferrovieri, oggi abbandonati e murati. In questa stazione erano di stanza una o due locomotive aggiuntive che venivano posizionate in coda ai convogli più lunghi in direzione Foggia, considerato che da qui la linea affrontava una lunga salita fino a Pianerottolo d’Ariano. Per questo in stazione era presente anche un deposito locomotori, poi demolito. Dalla metà degli anni ’90 lo scalo merci è stato soppresso e pochi anni dopo anche la stazione è stata resa impresenziata. Fino al 2010 il traffico viaggiatori è stato molto ridotto e fermavano qui le tre coppie giornaliere feriali di treni in servizio fra Benevento e Foggia. Da dicembre 2010, i treni su tale tratta sono stati soppressi e pertanto la stazione è soppressa in quanto anche gli autoservizi sostitutivi fermano sulla Strada Statale n. 90.

    La stazione era dotata di tre binari passanti (di cui due destinati al servizio passeggeri e serviti da marciapiede), tre tronchini in direzione Benevento (di cui due terminanti nella rimessa locomotive) e due tronchini direzione Foggia al servizio dello scalo merci: attualmente è utilizzato il secondo binario che è quello di corretto tracciato, mentre il primo binario è utilizzato per eventuali incroci.

    L’edificio della stazione originario venne danneggiato da bombardamenti nel settembre del 1943 e pertanto esso venne ricostruito nel dopoguerra nelle forme che attualmente sono visibili.

    Redazione

    [Crediti│Testo:lestradeferrate.it– Foto:Rosario Serafino – Raffaele Abbate – Archivio Franco D’Addona]

    [Foto della stazione allo stato attuale]

    [Foto della stazione nel periodo compreso tra gli anni Venti e Cinquanta del Novecento.]

  • Beni,  BENI ARCHITETTONICI E PAESAGGISTICI,  Territorio

    Gli abitanti del Trappeto

    Angelo Siciliano

    [Edito 03/09/2014] Il Trappeto perse la sua identità etnica, non tanto per l’emigrazione di molti suoi giovani, ma a causa del terremoto del 1962, che comportò la ricostruzione delle case delle famiglie che vi abitavano, in nuove e lontane aree edificabili indicate dall’amministrazione comunale. Così, quell’abbandono, anche se case, grotte e cantine rimasero agibili per lungo tempo, ha determinato negli anni l’inizio di crolli sparsi di edifici, che fa paventare in tempi non lunghi la sua sparizione come agglomerato urbano. Forse si salveranno i tracciati delle strade e resteranno qui e là cumuli di macerie, “li mmurrécini”, e le grotte, enormi cavità orbitali vuote invase da alberi e sterpaglie. Guardando gli altri paesi, non si capisce se a Montecalvo si sarebbero potute fare scelte diverse. Ariano Irpino, dopo i terremoti, ha sempre dato la priorità al recupero degli edifici storici e poi anche alle case della parte vecchia della città.

    A Montecalvo, il centro storico è pressoché disabitato. Tanti edifici storici si preferì abbatterli in fretta e furia, e ricostruirli in modo anonimo anziché ripararli. Ritardi nei progetti, inghippi burocratici e nei finanziamenti hanno reso l’intero paese una realtà diversa dal passato, senza un’identità architettonica e urbanistica.

    Il Trappeto, da est a ovest, compreso tra il Chiassetto Caccese e Via Dietro Carmine, era abitato nei secoli passati e tanti vi ebbero i natali. Lo attestano i registri antichi dell’archivio dell’anagrafe comunale. Accolse alcune famiglie di zingari, il cui cognome era Schiavone, e col tempo esse furono assimilate e i loro membri diventarono ciucai e contadini.

    Dopo i crolli provocati dai terremoti veniva ricostruito, ma l’evento più drammatico fu la peste del 1656, che a Montecalvo fece oltre 2000 vittime su una popolazione di circa 3600 abitanti. Anche il Trappeto ne uscì falcidiato, ma accolse i pochi abitanti sopravvissuti del feudo di Corsano.

  • Territorio,  Trekking

    Il Trekking Pompiliano

    [Edito 09/07/2013] Lunedì, 15 luglio 2013, anniversario della divisione al cielo di San Pompilio Maria Pirrotti, si riproporrà un evento che negli ultimi anni ha visto la partecipazione di molti pellegrini e amanti del Santo: “Il Trekking Pompiliano” curato, come sempre, dall’infaticabile Gaetano Caccese. La partenza sarà effettuata da piazza S.Pompilio e da qui si avventureranno nell’antico percorso che il giovane Pirrotti compiva nel raggiungere la “Chiesa dell’Abbondanza” a lui tanto cara. Si attraverserà via lungara fossi, l’occhiu di lu diavulu, contrada conca, la zona della chiaria un vecchio percorso che anticamente si faceva a piedi per raggiungere il paese. Attraversando i calanchi della chiaria-conca ci si immerge in luoghi suggestivi e particolari, un paesaggio unico e suggestivo con molte particolarità naturali e alberi secolari. Durante il cammino oltre alla possibilità di incontrare aspetti faunistici interessanti si raccoglie la sensazione di un’immersione nella giungla , in quanto gli alberi maestosi e secolari che infoltiscono i luoghi con delle sensazioni uniche agli occhi del pellegrino, trasformando la fatica del cammino in un crescente arricchimento della conoscenza di luoghi splendidi che mai nessuno poteva pensare di aver a portata di mano, ma che spesso si pensa di girare il mondo per vedere.

    La zona essendo quasi tutta selvaggia rappresenta una riserva naturale d’uccelli e animali di vario tipo , tassi ,volpi, cinghiali ecc . inoltre si nota lo svolazzare continuo di farfalle di ogni genere quasi come se ti trovassi in una riserva naturale, le pupille degli occhi battono come una macchinetta fotografica nel cercare di immagazzinare le immagini quasi in esclusiva del panorama e del paesaggio percorso. Si consiglia scarponi pantaloni, camicia , un bastone e una macchina fotografica.lungo il percorso si puo’ ammirare e scoprire qualcosa che mai nessuno spazio di ricerca , la stratificazione fossile di era glaciale compattata nei diversi livelli di sabbia e gliaia marina e delle cose piu’ interessanti del nostro è quella zona fino alla chiaria abbondanza di presenze e di possibilta’ visive. . A mio parere, Montecalvo tra straordinarie bellezze riserva dei percorsi di trekking unici, tutti da esplorare e opportunità di sviluppo turistico tutte da sfruttare, e grazie all’impegno dell’amico Gaetano Caccese che tutto si sta evidenziando grazie alla sua perseveranza. e grazie a tutti coloro che collaborano con lui. E dopo tanto camminare il ritorno in piazza S.Pompilio. [Nativo]

    Nicola Serafino

  • Politica,  Territorio

    Montecalvo 1954: la vana richiesta di passare al Sannio

    Fiorenzo Iannino

    [Edito 08/09/2021] Il 25 agosto 1945 il sindaco Pietro Cristino (nominato dal CLN) chiese il passaggio di Montecalvo Irpino alla provincia di Benevento. Non era una novità: un’analoga istanza era stata già inutilmente formulata nel 1923. L’allora commissario prefettizio dell’amministrazione provinciale di Avellino, il navigato ex parlamentare Francesco Amatucci, oppose il suo netto rifiuto a questa e alle analoghe richieste di Sant’Arcangelo Trimonte e Buonalbergo: “mi permetto di far presente che in analoghe condizioni si trova il comune di Pannarano che, pur appartenendo alla provincia di Benevento, è completamente, a sua volta, intercluso nel territorio della provincia di Avellino e la popolazione, a quanto sembra desidererebbe il passaggio del comune alla provincia di Avellino [… ]Si potrebbe, in tal modo, abbinare il provvedimento, con l’eliminazione delle due anormalità topografiche e con una certa compensazione territoriale e finanziaria fra le due province interessate, ciascuna delle quali perderebbe un comune per riacquistarne un altro“. Avvertendo il potenziale rischio di frantumazione del territorio provinciale (erano in fermento anche vari comuni limitrofi alle aree salernitana e nolana) un anonimo funzionario della prefettura annotò a margine della delibera di Montecalvo: “a poco a poco la provincia verrà soppressa!”

    I “voti” del 1954
    Pietro Cristino (trionfalmente eletto nella primavera del ’46 con la lista socialcomunista della “Spiga”) tornò alla carica il sedici febbraio 1949. Il democristiano Carlo Caccese, però, convinse l’assemblea a rinviare l’argomento. La questione fu poi riproposta il 25 aprile 1954 dal nuovo sindaco Francescantonio Panzone. Nei “voti” inviati al ministero dell’interno e all’amministrazione provinciale si indicarono le quotidiane difficoltà vissute dai concittadini nel recarsi ad Avellino per compiere le più varie incombenze burocratiche e assistenziali mentre “il costo del biglietto ferroviario è quasi il triplo di quello per Benevento” e “moltissimi giovani si recano giornalmente nel capoluogo sannita”. Di più, sostenendo che “l’economia del Corsanese gravita verso Apice e Benevento”, il consiglio dichiarò di farsi interprete del “voto unanime di tutte le categorie degli artigiani e dei commercianti”. La richiesta non fu votata dalla minoranza. Questa volta Caccese fece notare che in realtà la quasi totalità dei pubblici uffici quotidianamente necessari alla comunità (tribunale, pretura, imposte dirette, registro ecc.) si trovavano nella vicina e ben collegata città di Ariano. La maggioranza modificò allora il testo dei “voti”: il passaggio al Sannio doveva avvenire salvaguardando l’integrale aggregazione agli uffici dislocati sul tricolle, almeno fino alla “creazione da parte di Benevento in Montecalvo di sezioni distaccate dei predetti uffici”.

  • Approfondimenti,  Attualità,  Territorio

    La Valle del Miscano si spopola

    Alfonso Caccese

    [Edito 14 luglio 2013] Non sono bastati i terremoti del Novecento (1930, 1962, 1980), le macerie del dopo guerra, l’abbandono in massa delle terre da coltivare, la scomparsa dell’artigianato locale, il difficile e lento recupero di un livello minimo di vita dignitosa, una minaccia vecchia (ma sotto nuove forme) si presenta oggi in tutta la sua pericolosità e imponenza per infliggere un altro duro colpo al tessuto sociale della nostra comunità: l’emigrazione intellettuale. Essa rappresenta una sciagura mortale che potrebbe portare col tempo alla scomparsa delle piccole realtà locali, come quelle nostre della Valle del Miscano, che sono costrette a rinunciare alle loro personalità migliori, alle intelligenze più pronte e vivaci e a privarsi dei propri figli più capaci e brillanti, quindi delle loro risorse più preziose.

    Naturalmente essa non rappresenta una novità: il nostro territorio è luogo storico di emigrazione. Ma le cause sono da imputare alla pochezza, all’ipocrisia e al cinismo delle classi dirigenti locali (e nazionali)? Gli anni passati si sono caratterizzati per Classi dirigenti che non hanno saputo mettere in campo progetti di sviluppo, innovazione e politiche industriali, tali da poter creare spazi di inserimento delle nuove professionalità, nate e formatosi sul territorio: giovani ragazzi e ragazze sono costretti a lasciare il proprio paese di origine e migrare verso aree più modernizzate alla ricerca di uno sfogo al legittimo sogno di affermazione in campi per i quali hanno speso un terzo della propria vita curvi sui libri con la speranza di uscire da uno squallore economico-sociale imperante nelle in zone afflitte da una atavica depressione consolidata nel tempo. Se si guardano le cifre degli abitanti dei nostri paesi dal 1950 ad oggi, si vede quasi dovunque un dimezzamento, o anche numeri ridotti di un terzo. Le cifre, purtroppo, parlano da sole: i nostri cari paesini della Valle si svuotano e perdono terreno nei confronti di altre realtà, pur sempre piccole, ma che ben hanno sfruttato, invece, gli anni di crescita del territorio, di modernizzazione, di spesa pubblica (soprattutto fondi europei). Il nostro territorio sta perdendo, ancora una volta, l’occasione di cercare un riscatto ed accorciare il divario tra una parte del Paese (il Nord) in costante crescita, confermando così un principio base, spesso dimenticato dagli stessi protagonisti dell’esodo: l’emigrazione altro non è, alla fine, che una forma di espulsione di un ceto sociale (povero) da un territorio, per il consolidamento degli interessi dei ceti che rimangono. Vanno via, come in ogni emigrazione che si rispetti, innanzitutto i “poveri”, magari “moderni” cioè laureati, ma “poveri”. Occorre che le classi dirigenti prendano coscienza della loro inettitudine per spronarle alla ricerca e attuazione di specifici progetti per poter invertire la rotta, ma anche invitare le nuove generazioni a resistere, a non abbandonare il proprio territorio, ma a valorizzarlo attraverso studi finalizzati alla creazione di progetti funzionali ad una crescita e ad uno sviluppo moderno e innovativo della nostra Valle. Il rischio, altrimenti, è che del nostro comprensorio rimanga solo un ricordo lontano del tempo ed un mucchio di case vuote. [Nativo]

  • Cronaca,  Territorio

    Verrilli torna alla guida della Proloco

    Redazione

    [Edito 07/07/2010] Montecalvo Irpino AV – Sergio Verrilli è di nuovo alla guida della Pro Loco. Verrilli ha ritirato le dimissioni dopo aver incontrato il sindaco ,Carlo Pizzillo, e il consiglio di amministrazione dell’associazione. La Pro Loco è una delle associazioni più attive del territorio, in quanto organizza parte del palinsesto estivo, fra cui alcune importanti manifestazioni, come la sagra dei Cicatielli e il palio delle Contrade, che si svolge da alcuni anni.
    Verrilli ha spiegato i motivi per cui ha deciso di riprendere le redini della Pro Loco: «Non ho voluto mettere a rischio il programma estivo – ha detto -. Invito la cittadinanza a partecipare alla vita associativa. Le porte dell’associazione sono aperte a tutti. Perciò, è necessario mettere da parte le divisioni politiche che non favoriscono la crescita del nostro paese», conclude il presidente. [Nativo]