Beni artistici e storici,  Beni culturali

Il Castello di Montecalvo Irpino riapre al pubblico con due mostre

Una mostra araldica sui feudatari locali e una di foto con la gente del Trappeto

Angelo Siciliano

[Edito 17/08/2013] Partiva nel 2004, sotto la precedente amministrazione comunale col sindaco Giancarlo Di Rubbo, l’approvazione del progetto e l’assegnazione dell’appalto, con una dotazione di fondi di quasi due milioni di euro, grazie ai finanziamenti del PIT – Regio Tratturo – Itinerario culturale, per il recupero e la riqualificazione strutturale e storico-culturale del Castello ducale Pignatelli di Montecalvo Irpino.  Giovanni Bosco Maria Cavalletti ha curato l’allestimento della mostra sull’araldica montecalvese. Che cosa dire degli stemmi araldici, che è possibile riscontrare a Montecalvo o in altri luoghi? La risposta è semplice: certamente aiutano anch’essi a ricostruire parte della storia, a proposito dei casati che avevano posizione di prestigio o dominavano nella comunità, spesso con vere e proprie angherie. La loro storia è comunque documentata o già scritta. Invece è la storia della gente comune, delle masse di lavoratori e contadini analfabeti, che contribuivano a tenere in piedi tutta la baracca sociale, che non è stata scritta, oppure è misconosciuta o cancellata. E poi, l’araldica dà spesso conto di storie non liete, di famiglie decadute miseramente o vittime di tragedie o estinte. E triste è spesso anche la fine dei loro palazzi. Pochi sono quelli ancora abitati dai discendenti, alcuni sono stati acquistati da modeste ma dignitose famiglie, moltissimi sono quelli chiusi o abbandonati, semidiroccati o abbattuti. A Montecalvo, basta andare in giro per le strade per contare a decine i palazzi chiusi o in pessimo stato. Personalmente sono più attratto dalle maschere apotropaiche, scolpite sulle chiavi di volta dei portali di alcune vecchie abitazioni, e da quelle, ben custodite e valorizzate, del fonte battesimale dell’ex Collegiata, ora Chiesa di Santa Maria Maggiore di Montecalvo. Inseriti negli elementi architettonici di case, palazzi e chiese (famosissimi sono quelli della cattedrale gotica di Nôtre Dame di Parigi), questi simboli apotropaici sono solo in apparenza elementi decorativi. In realtà si tratta di facce mostruose e terrifiche, esposte all’esterno contro l’intrusione di demoni e spiriti maligni, e forse anche contro l’invidia, le janare e i lupi mannari, “lupi pumpinàri”, che hanno “intasato” per secoli i vicoletti del paese e l’immaginario collettivo dei nostri progenitori. Nel novembre del 2009, interpellato dall’allora assessore con delega alla cultura, Mirko Iorillo, fornivo un documento con sette proposte progettuali. La quinta proposta, in vista della riconsegna al Comune del Castello restaurato, era per la creazione di un Lapidario, vale a dire uno spazio in cui 5 accogliere reperti locali in pietra, in stucco o terracotta, quali stemmi, chiavi di volta con maschere apotropaiche, conci decorati e fregi architettonici. Tutto materiale purtroppo già in parte disperso o sparito a seguito dell’abbattimento delle case, senza attenzione e controllo, o di veri e propri furti su commissione. Si sarebbe dovuto creare anche un archivio fotografico dell’esistente in materia sul territorio, che non può essere asportato da case e edifici. Quindi, mi pare che l’amministrazione comunale, guidata dal sindaco Carlo Pizzillo, stia andando verso quella linea da me personalmente auspicata. La mia quarta proposta riguardava gli affreschi da realizzare, con l’intervento di ditte specializzate, partendo da due miei quadri pertinenti su fatti storici locali – “Ruggero II a Montecalvo” e “La battaglia di Montecalvo” –, per la decorazione del ricostruito Palazzo ducale. Questa proposta, nel corso del 2012, era formalizzata con un progetto concreto, corredato di preventivo di spesa e delucidazioni tecniche, ma cambiando gli affreschi in mosaici di grandi dimensioni, montati su pannelli mobili. Per la mostra delle 26 foto di Mario Sorrentino, selezionate tra le tantissime che lui ha scattato in passato per il Trappeto, per la quale hanno tanto lavorato Francesco Cardinale e Mirko Iorillo, ho scritto il pezzo che segue accompagnandolo con un mio testo poetico in vernacolo edito nel 1988, ma ho anche pensato che, vista la situazione in cui si dimenano i piccoli paesi dell’Irpinia, sicuramente ogni paese ha un proprio “Trappeto”, in cui le famiglie vivevano in simbiosi o promiscuità con i propri animali domestici, su cui piangere o meditare. IL TRAPPETO SPESSO RITORNA COME UN MITO Il Trappeto perse la sua identità etnica, non tanto per l’emigrazione di molti suoi giovani, ma a causa del terremoto del 1962, che comportò la ricostruzione delle case delle famiglie che vi abitavano, in nuove e lontane aree edificabili indicate dall’amministrazione comunale. Così, quell’abbandono, anche se case, grotte e cantine rimasero agibili per lungo tempo, ha determinato negli anni l’inizio di crolli sparsi di edifici, che fa paventare in tempi non lunghi la sua sparizione come agglomerato urbano. Forse si salveranno i tracciati delle strade e resteranno qui e là cumuli di macerie, “li mmurrécini”, e le grotte, enormi cavità orbitali vuote invase da alberi e sterpaglie. Guardando gli altri paesi, non si capisce se a Montecalvo si sarebbero potute fare scelte diverse. Ariano Irpino, dopo i terremoti, ha sempre dato la priorità al recupero degli edifici storici e poi anche alle case della parte vecchia della città. A Montecalvo, il centro storico è pressoché disabitato. Tanti edifici storici si preferì abbatterli in fretta e furia, e ricostruirli in modo anonimo anziché ripararli. Ritardi nei progetti, inghippi burocratici e nei finanziamenti hanno reso l’intero paese una realtà diversa dal passato, senza un’identità architettonica e urbanistica. Il Trappeto, da est a ovest, compreso tra il Chiassetto Caccese e Via Dietro Carmine, era abitato nei secoli passati e tanti vi ebbero i natali. Lo attestano i registri antichi dell’archivio dell’anagrafe  comunale. Accolse alcune famiglie di zingari, il cui cognome era Schiavone, e col tempo esse furono assimilate e i loro membri diventarono ciucai e contadini. Dopo i crolli provocati dai terremoti veniva ricostruito, ma l’evento più drammatico fu la peste del 1656, che a Montecalvo fece oltre 2000 vittime su una popolazione di circa 3600 abitanti. Anche il Trappeto ne uscì falcidiato, ma accolse i pochi abitanti sopravvissuti del feudo di Corsano. Una via di rilievo è Via Angelo Cammisa, nome di un concittadino illustre, che nel 1480 era funzionario di re Ferdinando I d’Aragona. Il Trappeto è stato sempre il luogo più riparato e caldo del paese, “sta a lu rrimóte”, perché esposto al favonio, “favùgnu”, vento caldo e umido, mentre il resto del paese è esposto alla bora gelida. Il ritrovamento di una tomba dell’Età del Bronzo nella località confinante Imbergoli, “a li ‘Mbriévuli”, nel 1985, e in seguito di manufatti in pietra come asce a mano o immanicate, nei terreni coltivi che scendono verso la Ripa della Conca, fa ipotizzare che, probabilmente, anche il Trappeto, data la sua posizione favorevole e la facilità con cui i suoi strati di tufo o arenaria si scavano per ricavarne grotte, era abitato sin dalla preistoria. E cosa dire della gente che l’amico Mario Sorrentino andava fotografando, 40-50 anni fa, tra le case del Trappeto? Si tratta di persone colte in momenti di vita quotidiana, anche lavorativa. Alcune, la foto se l’aspettano, perché preavvisate, altre sono immortalate in un momento di distrazione. Tutte persone che i nati nel secondo dopoguerra conoscevano per nome e soprannome. Ecco alcuni soprannomi delle persone nelle foto: Apuóstulu, lu Stròlicu, lu Zìnguru, Vavóne, Vulipètta. Era questo un aspetto dell’onomastica che, assieme al dialetto, costituiva una ricchezza e una varietà linguistica e lessicale, che si sono andate perdendo in questi ultimi anni. E tale fenomeno ha trovato il consenso di chi pensava che l’uso del soprannome fosse qualcosa di fastidioso o addirittura offensivo. Ciò è innegabile, quando il soprannome appioppato a una persona serviva a ridicolizzarla agli occhi della comunità. Ma, in certi casi, alcuni soprannomi potevano essere gentili (lu Bèllu), neutri, se derivanti dal cognome (Piccìnu, Ruscilìllu – da Piccinno e Russolillo), o addirittura gradevoli (Bèllu gióvine). Se è comprensibile e accettabile la scomparsa dei soprannomi, quella del dialetto è un impoverimento grave. Basti pensare in quanti modi si potevano chiamare i mestieri e chi li svolgeva, gli strumenti di lavoro, i cicli lavorativi. E poi era la lingua degli affetti. Si può dire che con la modernità, il nostro pensiero non ci ha guadagnato, anzi si è molto impoverito. La consapevolezza della perdita del Trappeto e della sua memoria, che in parte le foto della mostra cercano di rammentarci e restituirci, ci porta a rivivere e a ricordare quel luogo idealizzandolo, come qualcosa di mitico. Ma i suoi abitanti faticavano duramente per campare o sopravvivere. [Nativo]

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