Il Castello di Montecalvo e le famiglie che ne hanno segnato la storia
Angelo Siciliano

[Edito 17/08/2013] Danneggiato seriamente dal sisma del 1930, in seguito da quello del 1962 e sfiorato da quello del 1980, fu abbandonato a se stesso e alle sterpaglie per oltre quaranta anni. Originariamente fortezza romana, il castello fu edificato dai Normanni, sempre con funzioni difensive, ma nei secoli successivi si andò trasformando in residenza gentilizia dei feudatari stimolando attorno a sé l’edificazione di altri palazzi e edifici religiosi. L’insieme, osservato da lontano, dà al centro storico montecalvese, seppure disabitato, un aspetto panoramico monumentale. Al castello di Montecalvo arrivava verso la metà di luglio del 1132, proveniente dalla Puglia, dove aveva sottomesso i baroni in rivolta, Ruggero II il normanno, re di Sicilia, Calabria e Puglia, deciso ad affrontare, col proprio esercito, i suoi nemici in territorio beneventano: il cognato Rainulfo d’Alife e Roberto II, principe di Capua. Nel 1496 si accampava attorno ad esso il re di Francia Carlo VIII per affrontare, in quella che si sarebbe chiamata “La battaglia di Montecalvo”, Ferdinando II d’Aragona, re di Napoli, nella sottostante Valle del Miscano tra Casalbore e Montecalvo. Ora, sul castello restaurato del paese, che nella prima metà del XV sec. era stato anche dimora del duca Francesco Sforza prima di trasferirsi a Milano, è stato ricostruito il Palazzo ducale, che sarebbe stato la dimora dei Pignatelli fino al 1922. E i Pignatelli versavano in grave situazione finanziaria quando il capofamiglia, il duca Carlo, moriva a Montecalvo nel 1917 a seguito di polmonite. I Guevara erano succeduti a Francesco Sforza e poi erano arrivati i Carafa, nobili napoletani. Con Sigismondo Carafa, Montecalvo divenne contea nel 1525. Il casato dei Carafa diede alcuni cardinali alla città di Napoli nel XVI sec. e Giovan Pietro Carafa fu papa col nome di Paolo IV, oltre che zio di Sigismondo Carafa, primo conte di Montecalvo. Un papa per nulla amato dalla gente, il Carafa, che perseguitò gli ebrei costringendoli a portare un copricapo giallo e confinandoli nel ghetto, creato nel 1555. I senatori gli dedicarono una statua, alquanto controversa, inserita in un gruppo marmoreo collocato nel palazzo dei Conservatori a Roma. Quando il papa morì, il 18 agosto 1559, la folla inferocita e giubilante, oltre ad assaltare le carceri e la sede dell’Inquisizione, distrusse le sculture e di esse resta la testa scheggiata del pontefice, recuperata nel fiume Tevere nella seconda metà dell’Ottocento.
Ai Carafa subentrarono i Gagliardi, con i quali la contea divenne ducato e il terzo duca di Montecalvo e primo di casa Pignatelli fu Carlo, dal 16 novembre 1669, che ricevette titolo e feudo da sua madre, Isabella Gagliardi, coniugata con Giovanni Battista Pignatelli. Nel 1917 il duca vendeva i suoi beni immobili montecalvesi. Nel 1922, dopo la cessione del castello e del Palazzo ducale al comune di Montecalvo Irpino da parte degli eredi, l’archivio di famiglia, ordinato personalmente dal duca, era messo all’asta con i suoi preziosi documenti su disposizione del tribunale. I Pignatelli, nobili di origine napoletana, ebbero nella loro famiglia un papa, Innocenzo XII, dal 1691 al 1700. Il 30 settembre 1710, nella Collegiata di S. Maria Assunta in Cielo, annessa al Palazzo ducale, era battezzato, col nome di Domenico, il sesto degli undici figli di Girolamo e Orsola Bozzuti, che sarebbe diventato San Pompilio Maria Pirrotti (Montecalvo, 1710 – Campi Salentina-Le, 1766). Ebbe come compare, rappresentato con delega dal padre del neonato, l’Illustrissimo e Reverendissimo D. Carlo Pignatelli (L’Aquila 1676 – 1734), Vescovo di Minervino dal 1719 e figlio dell’Eccellentissimo D. Pompeo (1632 – 1705), 2° duca di Montecalvo, e come comare la Signora Anna Caggiano di Buonalbergo (Bn).
Lo stemma dei Pignatelli di Montecalvo presenta in campo d’oro tre pignatte di nero, disposte due e uno (a cono rovesciato) al rastrello di rosso. Il duca Carlo Pignatelli (1860 – Montecalvo, 1917), sposò Maria Maddalena Fesenk (Karkoff-Georgia, 1882 – Roma, 1942) di 22 anni più giovane, figlia del primo ministro russo Kionokoff, che con la moglie sarebbe stato ucciso dai bolscevichi a San Pietroburgo nel febbraio 1917. Ebbero tre figli: Giuseppe (Napoli, 1899 – Napoli, 1941); Maria (Napoli, 1900 – Vetralla, 1987), che, come si usava tra i nobili, fu battezzata con i nomi Maria, Sofia, Costanza, Alessandra, Maddalena, Cecilia, Agnese e Filomena, si fece suora carmelitana col nome di Madre Maria Angelica di Gesù e fu Priora del Carmelo a Vetralla (Vt); Giovanni (Napoli, 1903 – Roma, 1981). La duchessa Maria Maddalena Fesenk, diventata vedova, godette dell’amicizia della regina Elena di Savoia, che non le fece mai mancare il suo sostegno e la solidarietà. Fino allo scoppio della Rivoluzione d’Ottobre del 1917, passavano le vacanze estive nella villa aristocratica dei nonni a Batùm nel Caucaso.
Poi dovettero accontentarsi della residenza montecalvese, dove convenivano importanti esponenti dell’aristocrazia italiana e della cultura europea. Morto il padre, il primogenito Giuseppe ereditava i sette titoli nobiliari, ma a causa delle difficoltà economiche i tre ragazzi dovettero abbandonare i propri studi e Maria lasciò il collegio di Trinità dei Monti a Roma, dove studiava dall’età di 14 anni. Giuseppe non si sarebbe sposato, per via di due esperienze amorose negative. Rientrato, dopo l’arruolamento per la guerra d’Africa, si sarebbe dedicato all’assistenza dei poveri come terziario francescano e avrebbe intrapreso alcuni viaggi in Russia, America e Germania. Sarebbe morto a Napoli a 42 anni, di polmonite, come il padre. Giovanni si arruolò per seguire la carriera militare, sposò la nobildonna Gabriella de Riseis, figlia del senatore Giovanni dei Duchi di Bovino (Fg) e di Antonia de Riseis, nata Gaetani dell’Aquila d’Aragona, donna di palazzo di S. M. la Regina Elena di Savoia, ed ebbe un figlio adottivo, Antonio Avezzù Pignatelli. La linea ereditaria dei Pignatelli di Montecalvo è rappresentata oggi dal duca Paolo Pignatelli, nato a Washington il 10 agosto 1949, sposato con la duchessa Margery Baker.
Se i Pignatelli di Montecalvo, con l’inizio del Novecento, avevano subito un declino economico e finanziario, la gente comune non è che stesse meglio. Tanti avevano iniziato a emigrare negli USA, alla fine dell’Ottocento, come facevano dalle varie regioni d’Italia, per migliorare le proprie condizioni economiche e sociali. Centinaia di montecalvesi, soprattutto i giovani, non sarebbero più tornati, formando le proprie famiglie e rimanendo nelle città americane, che li avevano accolti. Poi sarebbe scoppiata la Grande guerra, che avrebbe mietuto la vita di 680.000 soldati italiani. Anche Montecalvo ebbe i suoi caduti e i suoi dispersi. Lo attesta la lapide montata sul muro laterale dell’edificio comunale. I caduti erano tutti uguali. Tuttavia, in paese, si sarebbe mantenuta una netta distinzione tra le classi sociali. Era così nell’Ottocento e uguale sarebbe stato sotto il regime fascista, e poi sino agli anni Sessanta-Settanta del Novecento, tra i signori, “li signuri”, da una parte, a cui era dovuto il “don” o la “donna” a seconda del sesso, e la classe subalterna dall’altra, formata da artigiani, braccianti e contadini. Poi vi erano i massari, che potevano essere proprietari o più spesso affittuari delle masserie e di vasti appezzamenti di terreno coltivo connessi, che avevano un ampio potere, poiché datori di lavoro di salariati fissi e di masse bracciantili, ingaggiate nelle piazze dei paesi a seconda dei lavori temporanei o stagionali da eseguire.
I figli dei massari, studiando, potevano accedere alle professioni, che li immettevano nella borghesia. Con il plebiscito del 2 giugno 1946, l’Italia diventava una repubblica, i Savoia andavano in esilio e i titoli nobiliari erano aboliti. Parte dell’aristocrazia italiana ricca investiva le proprie risorse in attività produttive. A partire dagli anni Cinquanta, la sparizione del latifondo, una meccanizzazione progressiva dei lavori agricoli, l’avvio dell’alfabetizzazione tra la popolazione e quindi una presa di coscienza per un vivere libero e dignitoso, l’esodo biblico dal Sud verso il Nord o i paesi europei e dalle campagne verso le città, da parte di masse di lavoratori in cerca di occupazione, determinavano l’abbattimento delle barriere sociali, che avevano caratterizzato per secoli la vita delle comunità. [Nativo]