ASPETTI ANTROPOLOGICI CULTURALI,  Cultura e tradizione,  Cultura orale,  Poesia

Lu Patresuonnu

[Edito 10/02/2003] “Il sonno letargico” (noto in dialetto irpino come “Lu Patrisuonnu”) è un racconto della tradizione orale contadina raccolto, trascritto e tradotto nel 1994 dal poeta ed etnografo Angelo Siciliano. Il testo fa parte delle sue ricerche etno-antropologiche sul mondo agro-pastorale di Montecalvo Irpino (Avellino), ed è stato tramandato dalla testimonianza diretta di una contadina locale, Mariantonia Del Vecchio, La Leggenda in sintesi Il racconto narra le vicende di Mingo (Domenico), un giovane che la mattina di San Giovanni (il 24 giugno) si rifiuta di alzarsi dal letto per andare a mietere l’orzo con gli altri lavoratori. Quando finalmente si sveglia, viene colto da un sortilegio punitivo: Lu Patrisuonnu, ovvero uno stato di sonno letargico continuo. Per quaranta giorni e quaranta notti Mingo continua a camminare e persino a lavorare nei campi, ma barcollando vistosamente e muovendosi come un automa o un sonnambulo, suscitando le risate di chi lo osserva. Lo spavento e la fatica di quell’esperienza lo cambiano per sempre: da quell’anno in poi, a ogni san Giovanni, Mingo sarà il primo a saltare giù dal letto. Il significato antropologico . Come spiegato nelle note dello stesso Angelo Siciliano sul suo sito ufficiale, questa credenza popolare aveva una chiara funzione pedagogica e sociale: Monito contro la pigrizia: Serviva a spronare i giovani e i fannulloni a svegliarsi all’alba. Necessità pratiche del raccolto: Nel periodo estivo della mietitura a mano, era fondamentale iniziare a lavorare nelle primissime ore del mattino per sfruttare il fresco, prima che la calura del sole rendesse il lavoro insopportabile.[Nativo]

 
 

LU PATRISUONNU[1]

La matìna di San Giuvannu, Mingu,
ca nun cridév‘a nniénti, tantu di lu suónnu
nun s’azàvu. La mamma lu chjamàva,
ca l’aspittàvunu andó mitévunu.
Lu sole èr’àutu e l’uórij’arrivàtu,
ca li spighi facévunu l’ancìnu.
Li miéruli cantavunu cu li cardilli.
Quannu Mingu s’azàvu, er’ancora
appagliaràtu e ghjètt’a mmète,
com’a nd’à nu suónnu. L’ati mititùri
l’assucchjàvunu e ssi pigliàvunu
la pizzicàta, picché ogni ttantu paréva,
ca cu la fàucia, ntànnu si la tagliava
la mani. L’era pigliatu lu Patrisuónnu
e, ppi cquaranta juórni e cquaranta notti,
durmètt sèmpe, ma fatijàva,
e ogni ttantu capuzzijàva.
Chi lu videva, n zi putéva
mantiné e s’acquagliàva di risa.
Da quiddr’annu, Mingu, fin’ a cché
ccampàvu, la matìna di San Giuvannu,
si vuttàva subbìtu da lu liéttu.

[1] Il sonno letargico era collegato a S. Giovanni Battista, che si festeggia il 24 giugno.

IL SONNO LETARGICO

La mattina di S. Giovanni, Mingo,
che non dava ascolto a ciò che si narrava in giro,dal sonno non si alzò. La madre lo chiamava, perché era atteso dove altri erano già a mietere.
Il sole era spuntato da tanto e l’orzo era maturo,al punto che le spighe si piegavano.
Merli e cardellini cinguettavano.
Quando Mingo finalmente si sollevò dal letto,
era ancora assonnato e si recò a mietere,
come in un sogno. Gli altri mietitori
lo scrutavano attentamente e lo stuzzicavano
perché di tanto in tanto, sembrava che lui,
con la falce, fosse sul punto di tagliarsi
una mano. Era stato colto dal Sonno letargico
e, per quaranta dì e quaranta notti,
dormì continuamente, eppure lavorava, anche se,di tanto in tanto, barcollava.

Chi l’osservava,
non riusciva a trattenersi dal ridere.
Da quell’anno, Mingo, finché visse,
quand’arrivava il giorno di S. Giovanni,
si svegliava e si alzava senza farsi pregare.

Redazione

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