Cultura orale

  • Cultura,  Cultura orale

    Alan Lomax. Il passaggio a Montecalvo Irpino – Il fotografo dei suoni

    [Edito 30/03/2023] Cosa ci fanno alcune donne di Montecalvo Irpino in un fotogramma di una pellicola per macchine fotografiche analogiche, pubblicata nell’inserto La domenica del quotidiano la Repubblica il 16 novembre 2008? Probabilmente, quel giorno, nessun lettore di Montecalvo, sfogliando il giornale, avrà prestato attenzione a tale foto, né riconosciuto, in quella vecchia immagine, le conterranee Libera Gruosso (Murante), Angela Paduano (Tagliacòccia), Rosa Tufo (Vavone) e Giuseppina Iannone (Pippinèlla Vintidóji).
    Ebbene, nel servizio firmato dal compianto Edmondo Berselli, si parla dell’etnomusicologo americano Alan Lomax, e del suo soggiorno in Italia, da lui ricordato nelle sue memorie e successivamente confluito nella pubblicazione curata da Goffredo Plastino dal titolo L’anno più felice della mia vita. Un viaggio in Italia: 1954-1955.
    Quattro anni più tardi, giovedì 2 febbraio 2012, nella rubrica Costume & Società, anche Il Mattino di Napoli titolava su Lomax, soffermandosi sul suo viaggio in Irpinia, con l’articolo A Montecalvo la voce perduta del Sud, a firma di Giuseppe De Nisco .
    È opportuno partire da queste due pubblicazioni, apparentemente dissimili l’una dall’altra, ma, come chiariremo in seguito, strettamente connesse tra loro, per capire quanto poco si conosca della tradizione musicale montecalvese più o meno recente. [Nativo]

    Redazione

    [Bibliografia di riferimento]
    [A. Cardillo – F. Cardinale Alan Lomax. Il passaggio a Montecalvo Irpino Terebinto Edizioni, Avellino, 2021]

  • Canti popolari di tradizione orale,  Cultura,  Pellegrinaggi

    Il pellegrinaggio al Santuario della Madonna Incoronata

    Redazione

    [Edito 31/03/2023] Rievocazione allegorica di leggende e apparizioni che gruppi di devoti di varia provenienza interpretano annualmente ritrovandosi e mescolandosi sul luogo del santuario.
    Rito millenario che torna a rinnovarsi ogni primavera, al centro del Tavoliere, in onore della Madonna nera: è un culto basato sulla leggenda di fondazione che vede la Madonna Incoronata apparire su di una quercia, attorniata da figure di angeli e santi; ai suoi piedi il pastore contadino in adorazione e San Michele nell’atto di trafiggere il demonio con la spada.
    Questa immagine la tradizione popolare l’ha fatta propria, adattandola e riadattandola a pratiche giuridiche e magico-religiose, espressioni letterarie, iconografiche, gestuali e spettacolari, miscelandosi con la tradizione colta e la propaganda religiosa.
    I pellegrini allestiscono vere e proprie sacre rappresentazioni itineranti su carri agricoli e mezzi di lavoro motorizzati (un tempo carretti, cavalli e buoi), accompagnando questi ‘allestimenti scenografici’ con preghiere, laudi, inni, musiche, che nei tre giri rituali intorno al Santuario compongono l’ultimo venerdì di aprile nella solenne parata allegorica che è la “Cavalcata degli Angeli”. L’indagine fu condotta nel luogo d’incontro (il Santuario) dei vari gruppi provenienti dalle diverse località e successivamente anche nei rispettivi paesi d’origine, documentando modi di aggregazione, identità sociale, motivazioni e organizzazione in partenza e durante il pellegrinaggio al santuario.

    La documentazione sonora presenta canti di pellegrinaggio di diversa provenienza: Subappennino Dauno (Sant’Agata di Puglia), Basilicata (Palazzo San Gervasio, Tricarico), Campania (Montecalvo Irpino), Tavoliere (Cerignola), Murgia (Minervino Murge); canti religiosi polivocali, con aerofoni (zampogne, soprattutto dei gruppi provenienti dalla Basilicata, come il gruppo di Tricarico). In alcuni casi la maggiore ‘familiarità’ instaurata tra i ricercatori e i pellegrini residenti per alcuni giorni presso gli spazi del Santuario, ha permesso anche la raccolta di sequenze di canti di lavoro, narrativi e di cerimoniali laici (si veda in particolare la raccolta relativa a Minervino Murge, con un portatore come Leonardo Malizia che esegue soprattutto canti di lavoro, stornelli e canti narrativi). Diverse interviste contengono informazioni sull’origine dei pellegrinaggi per ogni comunità, le modalità organizzative, di allestimento dei carri votivi e narrazioni biografiche dei singoli pellegrini. [Nativo]
    [Crediti│Testo: Altrosud] [Correlato]

  • Commiati,  Cultura orale

    Felice Volturno, poeta della civiltà contadina

    Francesco Cardinale

    Addio a Felice Volturno, poeta della civiltà contadina. Abitava a Chieti, dove si era trasferito sin dalla giovane età per lavorare in un’industria di porcellana. Nei primi anni del Duemila animò il Forum del sito Irpino.it. Le sue poesie sono state apprezzate da diversi studiosi della cultura orale. Tra queste, le più note sono “La funtana di zì ‘Ndonio Cipuddrina” e “La cantina di Aitana Mangiamevu”, quest’ultima ripresa dal gruppo musicale I Fujenti e da Alberto Tedesco nel suo CD “Canti e Cunti”.

    La funtana di  zì ‘Ndonio Cipuddrina
    Abbascia  a lu cutrazzu  tinemmu  na’  funtana,
    ohh !… ‘che  acqua: chiara, frescha  e ‘bbona;
    tutti… si li minevunu  a ‘ppiglià,
    e  tatillu  nun  tineva  lu curaggiu  di cilà nià

    Ci minevunu cu lu ciciunu, cu lu catu e cu lu varrile,
    li ‘ffigliole giuvene, cantavunu e facevunu  la  fila.
    Mineva Buschino,Pucinu, Varrecchia , Terrachiana,
    e  puru  cocchid’unu  di lu chianu.

    Vidivi minì laggende a tutte l’ore,
    armate, di cati, di secchie e striculatore,
    lavavunu,.. sciacquavunu,…  e cantavunu,…
    e  po’,.. ‘ncopp’alì  ruve  l’assucavunu.

    Che bèlli tiempi!… che ‘bbita spinsarata…
    cu  nu  tuozzu di pane e na’ vacila d’insalata.
    Tutt’appassatu  com’anu  suonnu,
    e queddre ‘ffigliole,..  mo so tutte nonne…

    Nu ricordu  di queddra  funtana  ma’rrumastu,
      na  figliola assai bella  e  ‘ntista
    m’appizzicavu ‘nfacce  com  ‘nu  sigillo,
    ancora mi lu sentu quiddru  vasu  appizzichillu.”

    La cantina di ” Aitana Mangiamevu “
    Steva justu mmiezz’ alu chianu
    tra Culomba lu Zuoppu e Tripulinu
    era n’a cantina senza frasca
    vinneva vinu buonu e ssempe frishcu.
    La cantina a tiempu di tatone
    era lu spassu di lu cafone,
    mineva da fore..endò jeva..?
    ala cantina di Mangiamevu.
    Nda na sacca di giacchetta nuc’eppane
    dind’ nata sausicchi e cicidicane,
    traseva nsènsu dirittu com’ana culonna
    quann’asceva mbriacu jeva facennu l’onna.

    Li megliu vivituri jevunu a Mangiamevu
    Scjiscione,Virillu,Calandrella, Peppu di Mevu,
    jucavunu si purtavun’aulumu e si sfuttevunu
    mamma mia quandu vinu si vivevunu.
    Pur’attatillo li piaceva lu vinu
    e ogni tanto jeva a la cantina
    quann’ asceva padrone era viloce
    puru lu sotta si faceva la croce.
    La buttiglia faceva li caluoppe
    e li squicci zumpavunu senza ntuoppe
    jevunu p’nganna e puru mpiettu
    allurcia la cammisa e la giacchetta.

    comma’ “AITANA”
    cu na unneddra longa e n’a cammicetta spampanata
    mmishcava acqua e bbinu quannu s’ern’ mbriacati
    a lu figliu ‘Ndonio lu chiamavanu carnera
    semp’andà la stess’acqua lavava li bicchiere.
    A quiddri tiempi lu vinu piaceva a tutti quande
    puru lu cicciu si firmava p’ddrannande
    aspettava lu padrone e po si faceva sende
    e tutt’dduje partevunu cundende.
    Mò ‘ncistà cchhiù ciucce e mancu carru
    a posto di la cantina ci sta lu barru,
    vivunu aranciata coca cola e birruncinu,
    ma che ci fai di sta vita senza vinu?.

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  • Cultura orale,  Editoria

    Così parlavano i nostri nonni

    La nuova pubblicazione di Mario Aucelli

     

    È uscito quasi in sordina, nel periodo natalizio, l’ultimo volume di Mario Aucelli: “Così parlavano i nostri nonni a Montecalvo Irpino”. Come i precedenti, anche questo fa parte della collana a cui l’autore sta lavorando da almeno trent’anni: “La Memoria restituita”. Seguendo l’ordine cronologico, questo è il sesto; se invece si vogliono tenere conto di quelli dati alle stampe, è il quarto. Il volume, ben ricco di illustrazioni, si compone di 344 pagine, e a curarne la stampa, come del resto anche per i precedenti, è l’editore “Irpinia Libri” di Monteforte Irpino (AV).

    Già dal titolo si intuisce l’argomento in trattazione in questo nuovo volume, ovvero il linguaggio o, meglio, la parlata, l’espressione dialettale. Quindi, se nel primo “Il Fascismo a Montecalvo Irpino” abbiamo una ricostruzione dettagliata [1], del ventennio fascista con il conseguente dopoguerra, nel secondo “Il Corpo”, viene affrontata la salute in tutte le sue declinazioni, pertanto non solo il percorso scientifico della medicina ma anche le credenze popolari come sorta di guarigione quasi a prevenire quella che oggi per definizione chiamiamo omeopatia. Il terzo “Il Collegio provinciale n. 18” ha come oggetto di analisi la politica.

    Anche in quest’ultimo volume, lo stile con cui Mario ha ormai abituato i suoi lettori non cambia. Oltre alla narrazione impeccabile degli avvenimenti, l’argomento generico viene preso come pretesto per andare a contestualizzare, sotto forma di aneddoti, quel particolare momento di vita realmente vissuto qui a Montecalvo Irpino, che non troverete in nessuna enciclopedia se non attraverso la memoria di qualche nostro nonno, il quale, al pari di Mario, ha vissuto quel periodo. Per questo, il titolo dato alla collana “La Memoria restituita”, così come l’incipit “Ho vissuto buona parte degli avvenimenti narrati; posso dire, a ragione, IO C’ERO”, è più che mai azzeccato.

    Francesco Cardinale

    [1] Il primo volume è stato rieditato tre volte a significare la meticolosità nel far emergere particolari che completassero una visione soddisfacente del periodo narrato.

  • Canti popolari di tradizione orale,  Cultura orale

    La perdita di Maria Narra, era stata cantatrice per Alan Lomax.

    Francesco Cardinale

    La scomparsa di Maria Narra, per noi immersi nella quotidianità di tutti i giorni, sembra, al di là della ristretta cerchia familiare, una notizia tra tante. D’altronde, il venir meno è una prassi a cui tutti prima o poi dobbiamo confrontarci. Tuttavia, ci sono persone che, per un curioso caso della vita, diventano protagoniste di eventi che segnano alcuni passaggi storici, tanto da essere oggetto di studio in alcune discipline accademiche. Maria Narra è una di queste.
    Maria Narra è stata oggetto di studio, ed è ancora oggetto di studio, se non individualmente, almeno in gruppo, probabilmente in luoghi e contesti a noi sconosciuti. Maria Narra è stata una formidabile cantatrice di canti di tradizione popolare. Le registrazioni da lei lasciate, fissate su nastro magnetico, saranno il DNA del nostro passato. Grazie a lei, un domani, potremo ricostruire quel mondo di soli cento anni fa, senza TV, senza telefoni cellulari, senza social.

    Grazie a lei, potremo riascoltare serenate, stornelli, canti di lavoro e a dispetto. Maria Narra sarà ricordata, probabilmente, molto più oltre Montecalvo Irpino. Il suo nome e i suoi canti sono nei più importanti archivi etnomusicologici italiani [1] e mondiali [2].

    Ci sono state persone che avrebbero dato chissà cosa per poterla conoscere in vita, non persone comuni ma accademici, studiosi della materia, desiderosi di strapparle un ricordo di quel momento in cui, nel gennaio del 1955, poco più che diciottenne, cantò per Alan Lomax. Non volle incontrare nessuno, e noi rispettammo il suo volere. Grazie Maria. Grazie per tutto.

    [1] Bibliomediateca  – Arch. Etnomusicale

    [2] Alan Lomax Collection

    [Bibliografia di riferimento]
    [A. Cardillo – F. Cardinale Alan Lomax. Il passaggio a Montecalvo Irpino Terebinto Edizioni, Avellino, 2021]

  • Canti popolari di tradizione orale,  Cultura orale

    I cent’anni di Antonietta Leone

    Nicola Serafino

    Antonietta Leone, nata il 19 dicembre 1923 a Montecalvo Irpino, da umili origini contadine, ha festeggiato ieri il suo centesimo compleanno. Amabile, schietta, grande lavoratrice, conduttrice prudente di una vita ricca di fatiche, è una delle ultime custodi di quella cultura altrimenti definita immateriale, del primo e del secondo dopoguerra del XX secolo, un bene “incorporeo che assurge propriamente a nuovo bene nel momento in cui si estrinseca in elemento materiale”. Un esempio di questo è la cultura orale, quella che viene trasmessa oralmente da bocca a orecchio senza necessariamente passare attraverso la scrittura.
    Affascinati dai suoi canti,  alcuni anni fa, siamo stati più volte a casa sua per registrare su nastro magnetico gli ultimi frammenti di un sapere altrimenti destinato a perdersi, prima che il trascorrere del tempo lo cancellasse irrimediabilmente. Grazie alla sua straordinaria memoria, Antonietta ha ricordato i tempi in cui la meccanizzazione agricola era agli inizi e non tutti i contadini potevano permettersela. Per questo motivo, la maggior parte dei lavori veniva eseguita manualmente con la falce, la zappa e altri attrezzi. Il canto allora rappresentava uno sfogo per rendere il lavoro meno gravoso, alleviando la fatica.
    Tra i canti, notevole una serenata tra le più antiche ricordate in Irpinia, canti di lavoro, canti religiosi ed aneddoti ormai dimenticati da tutti.

    Serenata montecalvese – Antonietta Leone

  • Canti popolari di tradizione orale,  Cultura,  Cultura orale,  Persone

    I canti tradizionali di Annunziata De Furia

    Angelo Siciliano

    [Ed. 02/01/2012] Trento – Gli amici di Montecalvo Irpino (Av), Franco Cardinale e Antonio Cardillo, hanno registrato con videocamera, nei giorni di fine 2011, quella che si può definire una “compilation”, anche se improvvisata, con Annunziaza De Furia. Annunziata ha una voce straordinaria, chiara, forte e arcaica, di una violenza rimbombante, degna delle migliori voci della protesta femminile.
    Riassume in sé le violenze sociali subite dalla classe subalterna e, da donna, prima come figlia e poi come moglie nel patriarcato contadino, e le esterna con piglio volitivo e rabbioso, che non possono non destare meraviglia in quest’epoca sdolcinata e consumistica. E quelle parole, che, in alcuni canti, sono le “volgarità” che nessuno in paese avrebbe cantato o canterebbe, qui vanno accettate, perché sono specchio ed evidenza di violenze per lungo tempo subite e sottaciute.
    Questa è la scheda che preparai per lei, tra la mia ventina di informatori del paese, dopo le registrazioni che feci con lei nell’estate 2006: Annunziata De Furia (Falòva), contadina, nata a Montecalvo nel 1932; registrati alcuni canti in duetto con la sua comare Francesca Albarella, contadina nata nel 1931. Un canto, “Lèviti veli e fiori”, l’invito alla sposa a spogliarsi, è lo stesso che registrò a Montecalvo nel 1954 o 1955 l’americano Alan Lomax, poi archiviato presso l’Accademia di S. Cecilia a Roma.
    In una trasmissione di Rai 1 “La vita in diretta” del 2000, che si occupò del serial killer montecalvese, che aveva ammazzato due donne anziane del paese, l’inviato, il giornalista Geo Gnocchetti, intervistò Annunziata, che mostrò la sua arma di difesa, una roncola (pitatùru), contro il potenziale serial killer qualora si fosse presentato a casa sua, e la chiamò “Nonna Rambo”. Il serial killer, tale Lécca-lécca, che era stato arrestato dopo il primo omicidio e assolto, fu catturato dopo il secondo omicidio e condannato. Registrati in tot. 28 canti – di cui 1 pettegolo, 7 sacri, alcuni d’amore, alcune ballate, 2 militari. [Nativo]

    La strada nel bosco – Annunziata De Furia

  • Cultura,  Cultura orale

    CROGIOLO DI LINGUE E CULTURE NELLA VALLE DEL MISCANO

    Mario Sorrentino

    [Ed. 00/00/0000] Ora, la lingua è il veicolo fondamentale della cultura perché in essa si riflette la visione del mondo della comunità che si esprime in quella lingua. Perciò questa nostra breve ricerca riflette anche una realtà che trascende quella linguistica e illumina un aspetto poco conosciuto di queste due comunità del nostro territorio della Irpinia-Daunia, posto a confine di tre province appartenenti a due regioni (Campania e Puglia). Disponiamo di testimonianze filmate del sindaco di Faeto e del sindaco di Greci che riflettono una convivenza  con le altre popolazioni presenti nel territorio circostante che è anche un esempio di pacifico confronto di mentalità, credi religiosi e costumi aventi all’origine poco in comune e che oggi possiamo definire come piena e armoniosa fusione di culture. Una fusione però che la sopravvivenza e l’amore della propria lingua nelle due popolazioni di Faeto e Greci segnalano una fedeltà alla propria identità d’origine la quale è un arricchimento che sarebbe imperdonabile mettere a rischio sia per i due paesi che quelle lingue parlano e cercano con grandi sforzi di preservare sia per i paesi di lingua italiana che li circondano.
    Faeto e Greci (trascurando per ora Celle San Vito, Ginestra degli Schiavoni e altre più piccole comunità d’origine allogena presenti nello stesso territorio) sono abitate dai discendenti di gruppi militari e loro famiglie che, nel caso di Faeto, riflettono la storia di Carlo d’Angiò, re di Sicilia e aspirante al Regno di Napoli in lotta con gli aragonesi, il quale premiò (con editto del 1269) duecento soldati provenzali, dopo che questi lo ebbero aiutato vittoriosamente nell’assedio di Lucera tenuta dai saraceni, concedendo a loro e alle loro famiglie di stanziarsi nel Casale di Crepacuore, lungo la Via Traiana. Ma decenni dopo, alla ripresa delle ostilità tra angioini e aragonesi, i soldati provenzali andarono ad arroccarsi nel territorio più sicuro dell’attuale comune di Faeto, nei pressi di un cenobio e un monastero (a metà circa del XIV sec.).
    Greci invece fa risalire le sue origini ai tempi di Ferrante I d’Aragona, il quale, come scrive Benedetto Croce nella Storia del Regno di Napoli: “…rimasto sovrano della sola Italia meridionale, (cioè del solo Regno di Napoli senza la Sicilia), respinse la nuova invasione angioina con una lunga guerra nella quale ebbe favorevole il papa e si procurò l’aiuto albanese di Giorgio Castriota”. Le truppe dello Scanderbeg furono determinanti per la vittoria del re aragonese nella battaglia di Orsara di Puglia, del 18 agosto 1462, quando il re aragonese sconfisse il pretendente angioino al trono napoletano. Ferrante concedette allora ai soldati albanesi di stanziarsi nel suo regno; però gli storici dissentono sulla data precisa in cui gli albanesi si arroccarono nel territorio dell’attuale comune di Greci e si mostrano incerti tra il 1462 (l’anno della battaglia di Orsara) e il 1522 (quando risulta che gli albanesi cominciarono a pagare tributi al re). [Nativo]

  • Canti popolari di tradizione orale,  Cultura,  Cultura orale

    I canti di Angela Maria Iorillo

    Il 28 aprile del 1978 i ricercatori Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero, durante la festa della Madonna dell’Incoronata di Foggia, registrano, da un gruppo di montecalvesi, tra cui Angela Maria Iorillo, due canti politici, Bandiera rossa e Strofetta politica, una serenata, A Lucianu è nasciutu nu gigliu ed un’intervista Autobiografia di Angela Maria Iorillo, pellegrina di Montecalvo Irpino.

    Dalla scheda  dell’Archivio Sonoro della Puglia: [Tra i pellegrini di Montecalvo Irpino (AV), appena giunti al santuario, Angela Maria Iorillo, contadina, ci racconta episodi della sua vita. “Poi mi sono maritata, mio marito era bravo. Dieci figli, sette maschi”. Hanno un piccolo campo di ortaggi e vanno spesso ai pellegrinaggi: Monte Sant’Angelo, Montevergine, Pompei, San Gerardo Maiella. Va in giro anche per divertirsi, visto che nella loro vita di divertimenti ce ne sono pochi. Vanno anche in Salento, a Castellana. D’estate coltivano il granturco, i fagioli, il tabacco, le barbabietole. Non andrebbe mai ‘a padrone’. “Mai! Io voglio fare il comodo nostro. Comunisti dal 1945. Io niente preti!”.]

    [Bibliografia di riferimento]
    [A. Cardillo – F. Cardinale Alan Lomax. Il passaggio a Montecalvo Irpino Terebinto Edizioni, Avellino, 2021]

    Redazione

  • Beni etno-antropologici,  Cultura,  Cultura orale,  Poesia,  Teatro

    Commedie, Sonetti e Madrigali nella Montecalvo del ‘700

    Antonio Stiscia

    Chiassetto Caccese – Teatro
    Portale con le maschere della C. e della Tragedia
    (Asportato dopo il terremoto del 23/11/1980)

    Archivio Fotografico Biblioteca Comunale

    [Ed 00/11/2007] Il 15 Agosto 1748 nella Collegiata di Santa Maria Assunta in Cielo, si tenne una Accademia, vale a dire una manifestazione artistico-letteraria in onore della Vergine, nel giorno della sua Assunzione, con la recita di poesie e canti e la rappresentazione di una commediola sacra, col solo unico fine di magnificare la grandezza di Dio e della sua soavissima Madre.

    Il manoscritto che raccoglie i componimenti letterari, è straordinariamente importante, non solo per il contenuto delle opere, di ottimo livello e grande raffinatezza culturale,ma soprattutto per il suo utilizzo come libretto d’opera,visto che l’Accademia è stata rappresentata più volte, alla presenza della moltitudine dei fedeli e all’interno della stessa Collegiata,per il qual motivo ben si spiega l’utilizzo della lingua volgare e addirittura del dialetto montecalvese.

    Il madrigale, (di cui alla riproduzione dattiloscritta) dedicato alla Vergine Immacolata, di chiara matrice popolare, mantiene la freschezza e la immediatezza tipica delle opere dialettali e occupa un suo non casuale posto nel manoscritto, come nella rappresentazione.

    La particolarità del componimento sta tutta nelle parole,alcune perdute, e nella splendida semplicità di accattivanti versi,che sono propri della tradizione musicalpopolare montecalvese che ha sempre accompagnato,evolvendosi, le vicende umane, politiche,storiche e religiose del paese.

    Un popolo di artisti e di poeti ?

    Raffigurazione in pietra della Maschera da Commedia sec. XVIII Segnalava visivamente il percorso che conduceva a Teatro.
    Corso Umberto-Piazzetta Salines-Chiassetto Caccese

    Ci piace pensare di si,sebbene si debba parlare più di spirito libertario, affiancato da una visione critica e speculativa dell’esistenza,in un periodo storico il ‘700,dove la presenza di indubbie genialità nelle arti e nelle scienze,trova quasi naturale espressione nella spiritualità alta e profonda di San Pompilio Maria Pirrotti.
    Montecalvo fin dal tardo 500 ha avuto un teatro dove si rappresentava la commedia dell’arte e questo la dice lunga sull’atteggiamento avanguardiale del paese.

    La presenza di poeti, filosofi, storici, artisti in genere, legati alla ricca borghesia e nobiltà locale e agli artisti di Napoli e Roma, porterà ad una singolare evoluzione del paese che diventerà, inconsapevolmente, una isola felix della cultura meridionale e che troverà nel 700 la massima esplosione di stile e di partecipazione, anche popolare.
    A significare quanto fin qui detto basti ricordare l’esistenza in Montecalvo del Sacro Collegio d’Arcadia,un movimento letterario straordinario,che favorì la presenza di uomini di cultura, attratti più dalla vita campestre che non da quella cittadina.

    Questa mancata fuga di cervelli,segnò il proliferare di giuristi, teologi,storici e storiografi,poeti e pensatori, attori e musicisti,in una spasmodica e continua ricerca di risposte al vivere,sotto il comprensivo e tutelante mantello di un clero forte e saggio,chiaramente illuminato se non addirittura illuminista.

    La tradizione teatrale è continuata per tutto l’800 e ne sono prova tangibile i drammi a carattere sacro sulla vita di San Francesco e Sant’Antonio,scritti e recitati da Montecalvesi,senza dimenticare il sacro fuoco del Risorgimento.

    Il novecento vede la fioritura del teatro leggero e la nascita,nel ventennio,di compagnie teatrali studentesche,organizzate e dirette da personale docente(Maestro Mario La Vigna…) e su testi di autori locali( Signora Angela Pisani Cavalletti).

    Dopo la II guerra mondiale si riprenderà a far teatro,con compagnie instabili di giovani,nel mentre andrà perduto l’interesse per le arti.

    Da circa 30 anni viviamo di ricordi,annoiati spettatori di un teatrino politico avvilente,perfido avido e scioccante, dove l’ennesima replica si connota di pantomime incomprensibili,costretti,comunque, a pagare un biglietto salato,non avendo,ahimé,nemmeno più il teatro.

    Sic transit gloria mundi.

    MADRIGALE
    Recitata nella Collegiata di Santa Maria Assunta in Cielo Montecalvo 15 Agosto 1748

    (Manoscritto in Archivio Palazzo Stiscia)

    Che s’allumma, si separa
    Allegro ogn’uno, e faccia festa
    Ca la ‘ncoppa l’Ammaculata nosta
    E’ fatta mo Regina da lo figlio,
    e chi la vede assettata conna crona
    certo pe l’allegrezza mi scquacquiglio.
    Non midite ca lo cielo stace bellone
    Persinche la Zitella vede lo sole
    E bui allummaccari, se non potiti tutti fa li lumi
    Dicite schito rosari, a ragiuni.

    * Questo piccolo scritto è dedicato all’indimenticato amico Giuseppe Lo Casale, di cui oltre alla perizia storica, ci manca l’affabile sorriso e la irripetibile geniale  regia di tante Commedie Teatrali.
    [Nativo]