Cultura

  • Eventi,  Ricorrenze religiose

    I Giubilei e Montecalvo…i riti, gli avvenimenti e la memoria.

    Angelo Siciliano

    Celebrazione eucaristica per apertura del Giubileo Pompiliano

    [Ed. 21/08/2000] Questa conferenza, a conclusione del programma predisposto dall’Assessorato alla cultura di Montecalvo, chiude le manifestazioni previste per le celebrazioni giubilari montecalvesi dedicate al nostro S. Pompilio Maria Pirrotti.
    La parola giubileo, dalla bibbia, deriva dal termine ebraico “yôbêl” che vuol dire corno d’ariete. Questo era suonato nelle occasioni solenni: una di esse era l’ “anno del giubileo”. La legislazione ebraica prevedeva, ogni cinquanta anni, un anno particolare, in cui le terre erano restituite ai legittimi proprietari; il ciclo lavorativo ordinario era interrotto per consentire, grazie al maggese, il riposo dei terreni coltivati.; gli schiavi erano liberati e restituiti alle loro famiglie.
    Insomma il giubileo imponeva l’attuazione di misure eccezionali che, stravolgendo la vita sociale del popolo, azzeravano le differenze tra ricchi e poveri, latifondisti e nullatenenti, uomini liberi e schiavi. Esso cercava di sanare gli squilibri che si erano consolidati nel cinquantennio precedente, prefigurando un modello di società ugualitario e solidale, in cui Dio era riconosciuto come unico signore.
    Con la religione cattolica è stato papa Bonifacio VIII, nel 1300, ad introdurre l’ ”Anno santo” e nei secoli successivi la tradizione è stata conservata e tramandata.
    L’ “Anno santo” del 2000 è il giubileo e il Vaticano ha predisposto un nutrito programma di pellegrinaggi, incontri, cerimonie, iniziative e celebrazioni anche spettacolari: circa due milioni di giovani sono confluiti a Roma in questi giorni, da tutto il mondo, per la Giornata mondiale della gioventù.
    Il giubileo che è soprattutto un appello alla conversione, alla confessione, alla preghiera e alle attività caritative, in questo mondo diffusamente televisivizzato e globalizzato, appare come un avvenimento amplificato per fini di spettacolarizzazione, attraverso radio, tivù, internet e carta stampata.

  • Beni,  Cultura,  Cultura rurale

    MUSEO DEI MESTIERI E DELLA CIVILTÀ CONTADINA

    Angelo Siciliano

    Macina e Pressa di un antico Frantoio

    [Ed. 18/09/1989] La scomparsa di alcuni Mestieri, dovuta all’introduzione di nuovi strumenti di lavoro e tecnologie innovative, e della civiltà contadina arcaica, tramandataci da tradizioni secolari, ci impone una riflessione seria su quanto stiamo perdendo della nostra identità etnica e storica. La storia, giustamente, non può fermarsi; la memoria collettiva svanisce nell’arco di qualche generazione e attualmente non va ad alimentare più né miti né leggende.

    Pertanto, diviene urgente e si pone l’idea di un MUSEO DEI MESTIERI E DELLA CIVILTÀ’ CONTADINA in Irpinia , perché la storia , certamente storia umile e oscura date le modeste condizioni di vita ,dei nostri padri riviva e sia tramandata alle nuove generazioni che si avviano ad avere come unico patrimonio i mass media.

    PROMOTORI – Sono invitati ad accogliere e sviluppare questa “idea” i cittadini sensibili alla questione, le Associazioni culturali, i Comuni della zona.

    MODALITÀ – In una prima fase, presso le sedi dei singoli Comuni andrebbe raccolto il materiale, esaurientemente schedato e descritto; in una fase successiva si potrà pensare e progettare l’allestimento di un museo unico per tutti i Comuni.

    MATERIALE Prodotti e strumenti di lavoro artigianale (possibilmente originali e non alterati) dei singoli mestieri (calzolaio, fabbro, maniscalco, carrozzaio, falegname, secchiaio, cestaio, sarto, barbiere, mugnaio, sellaio, ceramista, s arrotino, fotografo, ecc.);
    Strumenti e utensili adoperati in agricoltura compresi quelli dei boscaioli e carbonai, con un’attenzione particolare ai tipi di colture praticate;

    Fotografie di tutto ciò che é intrasportabile: mulini, quartieri popolari, grotte e altre tipologie abitative quali pagliai, casini, masserie, ecc. Non dovrebbero esservi limiti di tempo per quanto concerne l’epoca di riferimento della ricerca del materiale in questione; ma anche reperti preistorici o comunque delle epoche romana e successive sarebbero ben accetti. Tutto il materiale raccolto, datato, deve offrire la possibilità di in utilizzo a livello scientifico, anche per studi etnografici sulle condizioni socio-economiche della popolazione locale, oltre che sulle tecniche produttive e organizzazione del lavoro adottate. A parte, si ritiene fondamentale una ricerca etno-linguistica (dialetti dei vari paesi) che contribuisca a un approfondimento in senso antropologico dell’area irpina, perché le parole hanno sempre un collegamento con le cose. [Nativo]

  • Cultura,  Editoria

    LA MALVIZZA – INTRODUZIONE

    Mario Sorrentino
    La Transumanza, le Bolle, il Grano

    [Ed. 00/00/0000] Nell’introdurre questa parte prima, e di riflesso l’intero scritto con il quale Alfonso Caccese ed io abbiamo voluto tracciare in grandi linee la storia della contrada Malvizza del nostro paese, sento di dover chiedere scusa di una libertà che sto per prendermi. Sta di fatto che mi servirò come Incipit di un testo il quale per certi versi contrasta con lo stile ed il taglio formale che di solito si adoperano in scritti di genere storico.

    Stiamo, in effetti, perseguendo un progetto graduale con cui vogliamo valorizzare di volta in volta una contrada del nostro paese [1], mettendo in rilievo e divulgandone gli aspetti del passato che siano oggi ancora validi e, magari, fattori di arricchimento culturale e civile anzitutto della contrada, come pure dell’intera comunità paesana.

    So che è molto difficile far provare ad un estraneo un qualche interesse verso certi luoghi fuori circuito, e, ancora di più far credere alla particolare suggestione che promana da essi, anche se gli abitanti del posto pensano che siano stati importanti, mettiamo, anche per la storia dell’intero Paese. Perciò, io ho pensato, meglio, mi sono sentito costretto a ricorrere ad uno stratagemma per dare una buona scossa agli indifferenti, anche a costo di passare per immodesto: riportare proprio all’inizio uno scritto che potrebbe essere ritenuto di taglio incongruo perché para-letterario. Si tratta, in breve, di un sogno ad occhi aperti [2] da me fatto nel visitare il sito archeologico di Aequum Tuticum, il quale si trova vicino ma, per la verità, al di fuori del confine amministrativo della nostra contrada Malvizza; anche se, è ovvio sottolinearlo, Aequum Tuticum era un tempo un punto di irraggiamento politico – culturale non soltanto per la nostra contrada ma anche per un vastissimo territorio, essendo probabilmente stata quella città una delle diverse capitali federali del Sannio antico.[3]

  • Cultura,  Poesia

      IL VINO E IL GRANO

    A questa poesia, il 18 maggio 2003, è stato assegnato il
    1° PREMIO per la Sezione a tema libero in lingua italiana, al 4°Concorso di poesia
    “INCONTRI VALLE DEI LAGHI 2003”, Padergnone (TN).
    Angelo Siciliano

    [Ed. 08/11/2003]

     

    IL VINO E IL GRANO

    Rammento il colore del grano.
    Ci fu concesso di familiarizzare
    col biondo di rena sulle colline
    i rosolacci i rari fiordalisi
    le perle di sudore dei mietitori
    le tante dicerie sulle ragazze
    il fiasco di vino fresco di cantina
    passato di mano in mano
    ridendo da bocca a bocca
    pieno e d’improvviso vuoto
    di linfa di vite e di terra
    a fare brio e dare forza
    il falcetto di affilati denti
    ad ingannare le janare*
    nelle notti di plenilunio.
    Torna la civiltà biologica
    paesaggi curati nei dettagli
    il bello involontario dell’eden
    al pettine delle braccia
    filari di viti coi grappoli doc
    il turismo enogastronomico.
    Erbicidi non hanno inaridito
    la memoria ai nonni ma i loro
    curiosi aneddoti s’imbattono
    spesso in tappati orecchi.
    Chissà, un tacito rifiuto forse
    al ricircolo delle parole.

     

     

    La critica di Italo Bonassi

    Molto bella, moderna e simpatica questa poesia di sapore bucolico, in un inno dedicato alla natura, che prorompe nei versi col colore del grano, con i rosolacci ( detti volgarmente papaveri ) che arrossano i campi, con gli azzurri fiordalisi, con la sapiente fatica dei mietitori allietata dal vino fresco di cantina. Ma, in questo contesto squisitamente agreste, in questa poetica immagine che ci ricorda Virgilio con le sue magnifiche Georgiche, s’innesta il dolceamaro progresso della civiltà biologica, con i suoi risvolti artificiali di paesaggi curati con sapiente ma anche innaturale ordine dall’uomo, con le mietifalciatrici, con i trattori, con i filari regolari quasi geometrici, coi vigneti dove l’erba è sacrificata al diserbante, col gaio. festante ma anche vociante e rumoroso turismo enogastronomico. E il pensiero del poeta corre ai tempi ormai lontani in cui i nonni zappavano con santa pazienza tra le vigne un’erba che subito dopo ritornava prepotente a ributtare.Tempi belli? Mah…Forse per noi, che non conosciamo la fatica dei campi, che vediamo l’immagine poetica dei papaveri e dei fiordalisi, che fanno invece disperare il contadino. E il poeta lo sa, ma continua a sognare una natura più natura, anche se si rende conto che l’uomo ha le sue esigenze, che non sempre coincidono con quelle del suo ambiente. [Nativo]

  • Cultura,  Cultura e tradizione

    Le Janare

    Angelo Siciliano

    [Ed. 15/04/2002] Donne giovani, belle e intriganti nate nella notte di Natale. S’introducevano nelle case di notte, attraverso le fessure delle porte chiuse, per fare malie e dispetti a coloro che stavano dormendo. L’antidoto era il sale che si cospargeva all’interno di porte, finestre e balconi. Un diversivo era rappresentato da scope di saggina e falcetti che, collocati dietro le porte, distraevano le janare, una volta entrate, impegnandole, per un’intera notte, nel conteggio dei fili della scopa o dei dentini della falce. Prima che sorgesse il sole, però, erano obbligate a fare rientro alla propria dimora, perché erano nude. Probabilmente dal latino janua, porta, esse rappresentano l’equivalente delle streghe, ma di queste in genere si pensa che siano vecchie e repellenti. [Nativo]

  • Cultura,  Prodotti tipici

    I Vitigni autoctoni Montecalvesi

    Antonio Stiscia

    Madonna dell’Uva

    [Ed. 00/05/2008] La tradizione vitivinicola di Montecalvo Irpino (dall’Unità d’Italia), si fonda sulla secolare e documentata presenza  di vitigni di pregio (LIATICO) e da quelli di largo consumo (Turchenese- rosso  e Picciolo di Bambino- bianco ).

    La presenza di appositi e speciali contratti di Affitto di Vigne, (dove venivano numerate, segnate e specificate le piante, con la individuazione del tipo e del modo di coltivarle), la dicono lunga sulla particolarità quasi maniacale di questi contratti, dove sovente si ricorre a formule che si ritrovano naturalmente più negli affidi familiari che non in tipologie di contratti agrari.

    Il Liatico re dei vini, assume una importanza straordinaria, specie per la sua lavorazione, di cui si specificano i processi produttivi e conservativi, la resa, la qualità e il carico delle fecce.

    Sembra strano, ma dalla lettura di questi contratti, rogitati da notai e debitamente registrati viene fuori uno spaccato di esperti enologi e una certa enomania, per certi versi inaspettata, ma che dimostra del come la cultura della vite, sia strettamente legata ad un territorio collinare povero, ma con nicchie produttive di eccellenza.

    La capacità di adattamento dei vitigni e la loro caratterizzazione, frutto dell’evoluzione, rende autoctoni alcuni tipi di vitigni la cui etimologia può aiutarci ad identificarne l’origine o almeno le caratteristiche visive ed organolettiche.

    Il termine Liatico è comune per tutto l’ottocento e fino al Ventesimo secolo, dove per una certa evoluzione o astrazione, si può essere trasformato in Aglianico, ma la certezza dei dati ci impone di conservare le tipologie originarie, rischiando di compiere un falso o peggio un’alterazione, da evitare sempre, e specialmente quando si parla di vino. Il Liatico, vino rosso di qualità, veniva coltivato principalmente “a dritta” cioè con una costante esposizione a mezzogiorno, in terreni assolati per l’intero arco della giornata, accliviati e di natura arenarica. La località perfetta a tale coltivazione era la C/da Magliano, e il cui toponimo potrebbe dirla lunga sulla qualità delle superfici, quasi tutte a Vigneto e a Liatico, per cui potrebbe pensarsi alla parallela evoluzione:
    Liatico-aliatico-aglianico / Aglianico- agliano-magliano.

    Nel mentre sull’aglianico si è già scritto, e a ragion dovuta, in  realtà dove il vitigno ha una conclamata valenza e proliferazione, è sembrato giusto parlarne per far comprendere di come e da secoli viene considerato un vino di qualità superiore. Se è vero e dimostrabile che il vino di qualità non nasce a caso, è pur vero però che alcuni vitigni hanno pretese minori, sebbene di qualità eccellente, votati alla produzione di vinelli di largo consumo, vini che allietano la tavola e che per il basso tasso alcolico si prestano ad una degustazione generalizzata e mai alterativa degli equilibri psico-fisici,conferendo la naturale ebbrezza dei vini dell’antichità. Stiamo parlando del Turchenese (turchinese),un rosso rubino di non eccessiva gradazione alcolica (11 % a salire)leggermente frizzantino,con un retrogusto di profumo di rosa canina e una gradevole asprezza da raspo d’uva.

  • Beni,  Beni culturali,  Cultura,  Eventi,  San Pompilio

    Inaugurazione “Museo della Religiosità Montecalvese e della Memoria Pompiliana”.

    [Ed. 03/08/2008] Oggi, il giorno 17 del mese di luglio dell’anno 2008, essendo Pontefice della Chiesa Universale il Papa Benedetto XVI e Presidente della Repubblica Italiana l’Eccellentissiino Giorgio Napolitano il popolo montecalvese si è riunito in festosa assemblea dinanzi all’avito Palazzo Pirrotti per l’auspicata e attesa riapertura della struttura museale, già fondato nel 1898 da Mons. Pompilio Pirrotti, Cappellano Domestico di Sua Santità, Parroco di Montecalvo e Pronipote dell’illustre concittadino San Pompilio Maria Pirrotti dSP.

    I consiglieri della Fondazione rosa Cristini: Prof.Leonardo Pappano, Prof.Alberto De Lillo, Sac.Don Teodoro Rapuano, Rag.Gennaro Pallavanti, Rag.Antonio D’Agostino.

    Sono presenti, oltre ai numerosi fedeli e ai graditi ospiti: Molto Rev.do Padre Dante Sarti dSP Provinciale della Provincia Italiana dei Padri Scolopi; Molto Revdo Padre Sabino lannuzzi ofm, Provinciale della Provincia Sannito-irpina dei Frati Minori; Sac. Teodoro Rapuano, Parroco e Presidente della Fondazione Cristini; Padre Franco Pepe, Guardiano del Convento di SantAntonio; Padre Sesto Pieroni, Responsabile Nazionale Vocazionale Provincia Italiana delle Scuole Pie; Padre Lorenzo Mastrocinque, Rettore del Santuario Regina della Pace in C/da Malvizza; Padre Martino Gaudiuso, Rettore della Comunità delle Scuole Pie di Frascati; Mons. Pasquale Maria Mainolfi, Direttore dell’istituto Superiore di Scienze Religiose “Redein ptor hominis” di Benevento e Direttore di Disputationes Pompilianae; Sac. Luigi Verzaro e Sac. Biagio Corleone, Sacerdoti MontecalvesiSr. Isolina Meoli e Sr. Maria Sarnataro, Suore della Sacra Famiglia di Spoleto; Giancario Di Rubbo, Sindaco di Montecalvo Irpino; Dott. Giuseppe Muollo, Soprintendenza di Salerno Avellino; Tufo Sabato, Maresciallo dei Carabinieri; Corpo dei Vigili Urbani; Pompilio Albanese Presidente della Pro-Loco; Achille Mottola, Presidente del Conservatorio di Benevento; Prof. Davide Nava, Preside; Alberto De Lillo, Leonardo Pappano, Antonio D’Agostino, Gennaro Pallavanti, Consiglieri Fondazione Rosa Cristini.

  • Cultura,  Il nostro passato

    Ricordo di una presenza

    Mario Corcetto


    [Ed. 03/08/2008] Firenze ha avuto l’onore di ospitare, il giorno 30 marzo 2008, il rito solenne della beatificazione della Venerabile Celestina Donati, fondatrice della congregazione delle Figlie Povere di San Giuseppe Calasanzio , ai più note come suore Calasanziane La notizia dell’evento mi ha inevitabilmente fatto tornare alla mente le suore Calasanziane che erano a Montecalvo, la cui principale missione era prendersi cura dell’asilo infantile “Rosa Cristini”. E che, invece, tanto si spesero in ogni ambito religioso e sociale da lasciare indelebile il segno del loro passaggio. Suor Flora (la superiora, Suor Dorina, Suor Eulalia, Suor Nicoletta, Suor Rosita, La Madre Maestra (mi accorgo ora di averne sempre ignorato il nome) sono tutti nomi impressi nella memoria mia e di tantissimi montecalvesi della mia generazione. E con loro il ricordo del busto di San Pompilio all’ingresso dell’asilo; dell’attaccapanni con i disegni per riconoscere il proprio posto; del grembiule a quadrettini celesti per i maschietti e rosa per le femminucce (salvo poi l’iniziazione congiunta all’arte del ricamo); dei lavoretti col punteruolo; della vetrinetta con i giochi di legno (sempre nuovi del profumo della pasta e fagioli preparata da Suor Nicoletta; dei lunghi tavoli celesti del refettorio; dei riposi pomeridiani obbligatori, fatti sul banco di classe; del nostro sciamare festoso appena ci era consentita l’uscita in giardino; della battitura dei tappeti tenuti tesi da noi tutt’attorno; delle gallerie per la macchinina scavate sotto le radici del pino al centro del giardino; di qualche scappellotto; di qualche “castigo” faccia al muro; della merenda con il pane e il budino al cioccolato (rara prelibatezza, allora, dalle nostre Parti).

  • Beni,  Beni artistici e storici,  Cultura

    URBINO e MONTECALVO

    Un gemellaggio di arte e fede

    Antonio Stiscia

    Castello Pignatelli di Montecalvo

    [Ed. 00/09/2008] Nel corso degli scavi per il restauro architettonico del Castello Comitale e di poi Ducale di Montecalvo Irpino,è venuta alla luce una bellissima trabeazione di un portale cinquecentesco,con la seguente scritta: HOMO HOMINI DEUS. I caratteri della scrittura sono riconducibili allo stesso periodo e/o mano della scritta sul portale e sulle trabeazioni interne della Ottagonale Cappella Carafa sec. XVI  sita all’interno della Collegiata di Santa Maria Assunta sec. XV eretta all’interno della gran corte superiore del castello dei Conti Carafa di Montecalvo e poi dei Duchi Pignatelli di Montecalvo,ultimi feudatari. La scoperta di questa iscrizione apre nuovi scenari nella ricerca storica e artistica del paese che si connota  per molti evidenti rapporti con il ducato di Urbino.

    Il professor Ascher dell’Università di Haifa ha compiuto un lavoro encomiabile sulla Cappella Carafa di Montecalvo, mantenendo quella necessaria e corretta condotta scientifica che esula dalle certezze attributive lasciando aperto il campo a nuove teorie e a nuove scoperte. Con  la necessaria umiltà mi appresto a dire la mia opinione su alcune questioni,confortandole con dati e immagini,al sol fine di dare un contributo di conoscenza.

    Cappella Carafa sec. XVI (Federico Zuccari ?)

    Di pianta ottagonale e sormontata da una cupola (ormai scomparsa) la Cappella  per l’essenzialità delle forme e il sapiente uso  della pietra di roseto è veramente un piccolo gioiello dell’arte rinascimentale. L’accostamento chiaroscurale delle pietre e  degli intonaci bianchi,in pareti prive di affreschi, riconducibile alle genialità degli architetti fiorentini,trova in Michelangelo il suo migliore e più straordinario esempio.Prediletto di Papa Giulio II della Rovere ( Della Rovere Duchi di Urbino) per il quale affrescherà la volta della Cappella Sistina,realizzerà numerose opere architettoniche,anche con gli altri Papi succedutesi nel tempo,fino ad arrivare a Papa Paolo IV (Giovan Pietro Carafa) con il quale ebbe un difficile rapporto,tanto che questi gli preferì  Federico Zuccari, anche per il completamento della Cappella Paolina,scegliendo un urbinate,memore della valentìa dimostrata al servizio dell’amico Papa Farnese,di cui se ne sentiva continuatore,tanto da assumerne il nome pontificale. Lo Zuccari, come tutti gli artisti del tempo vedeva in Michelangelo un vero geniale maestro tanto che le sue opere architettoniche e pittoriche si possono collocare nel pieno manierismo. Non va dimenticato il profondo rapporto intercorrente tra la famiglia Farnese e Carafa. Alessandro Farnese già arcivescovo di Benevento,allorché divenne Papa col nome di Paolo III,in uno dei primi concistori nominò Giovan Pietro Carafa ,Cardinale. Papa Farnese fu il Papa dell’arte e del bello,seguì le orme di Giulio II  e affidò a Michelangelo grandi opere e l’affresco del Giudizio Universale,nel mentre si servì dei fratelli Taddeo e Federico Zuccari  per le opere di carattere pittorico-architettonico,dei palazzi di famiglia.

  • Cultura,  Editoria,  Storie di Emigrati

    Presentato il libro di Arturo De Cillis “My name is Pumpilio”

    [Ed. 18/08/2008] Montecalvo Irpino AV – Nella cappella della casa natale di San pompilio M. Pirrotti, organizzato dalla redazione della rivista “Disputationes Pompiliane” alla presenza di un folto pubblico è stata presentata l’opera del Dott.Arturo De Cillis dal titolo “My name is Pumpilio” una raccolta di circa 1500 schede monografiche di cittadini montecalvesi emigrati negli Stati Uniti tra il 1892 e il 1924.
    L’introduzione è stata affidata al Prof. Alberto De Lillo che ha letto un saggio breve scritto dal nostro concittadi Mario Corcetto, su uno spaccato della vita di emigranti montecalvesi in Svizzera. Di seguito il parroco Don Teodoro Rapuano ringrazia il Dott.Arturo De Cillis per la sua presenza e per la sensibilità dimostrata nel donare le intere copie del libro alla comunità parrocchiale che le ha messe in vendita per ricavarne utile per il completamento del “MUSEO DELLA RELIGIOSITA’ MONTECALVESE E DELLA MEMORIA POMPILIANA”. Interessante l’intervento di Padre Martino Gaudioso che si è soffermato sull’importanza della conoscenza del passato e soprattutto sulla conoscenza delle proprie origini. Atteso e applaudito l’intervento dell’autore che spiega come e perchè ha realizzato l’opera, essendosi di persona recato negli Stati Uniti e precesiamente ad Ellis Island, punto di arrivo e raccolta per tutti coloro che volessero entrare nel nuovo mondo, a raccogliere le schede riguardanti i nostri concittadini. Al termine della manifestazione la proiezione di un filmato dell’Istituto Luce sul terremoto del 1930 che distrusse buona parte del paese e l’incontro con il Dott. Arturo De Cillis impeganto ad autografare numerossime copie del libro acquistate dai presenti alla manifestazione. [Nativo]

    Redazione