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Il Crocifisso ligneo nella Chiesa di S. Antonio da Padova
Redazione
Posto sul mobile da sagrestia, il crocifisso è di ottima fattura ed in buono stato di conservazione. Cristo è rappresentato, secondo l’iconografia tradizionale, con la testa reclinata sulla spalla destra, il corpo chiaramente segnato dal martirio e perizoma in vita. Il bene è tutelato Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici per le province di Salerno e Avellino. Datazione: XVII secolo (1668)[Credit│Testo - CTC Centro turismo culturale] -
LA STAZIONE DELLE PECORE DI TRE FONTANE
Mario Sorrentino
In altre schede di questo sito parliamo della transumanza e dei tratturi (v. Le Bolle della Malvizza con la scheda storica e Monte Chiodo di Buonalbergo). Però pochi punti degli antichi tracciati danno come fa la stazione del tratturo di Tre Fontane l’impressione vividissima che essa sia stata appena occupata e svuotata nel perenne alternarsi della discesa delle greggi dagli Abruzzi e la loro risalita dalle Puglie lungo il Regio Tratturo.
Sorge questa stazione tra la valle del torrente Cervaro e quella del torrente Miscano, nelle acque del quale venivano lavate le pecore prima della tosatura all’altezza del Ponte Bagnaturo, così chiamato proprio per questo uso.
Tre Fontane è precisamente una sezione tagliata nella Via Traiana, che i romani costruirono del resto anche su uno dei tratturelli preesistenti e diramantisi dal ramo principale e preistorico di quello che sarà chiamato Regio Tratturo Pescasseroli-Candela, quando venne istituita la Dogana di Foggia con un decreto di Alfonso d’Aragona, nel 1447. Abbandonata la via romana alla decadenza, i pastori si ripresero i tratturi, fra i quali questo che passava da Tre Fontane.
Ancora abitata oggi, la stazione si trasformò per ultimo in masseria, ma ha preservato tra le altre antiche strutture due grandi e lunghi abbeveratoi alimentati dalle sorgenti che, c’è da credere, sempre li hanno riempiti e li riempiono di fresca e abbondante acqua. Alla stazione delle pecore si entrava e si usciva da due ampie porte ad arco a tutto sesto che si fronteggiavano e si fronteggiano nel senso ovest/est. Lungo il lato opposto al muro di cinta in grossi blocchi di pietra, che corre in questo stesso senso, ci sono ancora gli edifici antichi anch’essi in pietra e ancora quasi integri, i quali sono prolungati dalle costruzione recenti della masseria.
Se si sta in piedi al centro della corte principale, con i piedi immersi nell’erba folta, e si chiudono gli occhi, facilmente l’immaginazione suggerisce i belati e i forti afrori degli animali, le urla rauche dei pastori e l’abbaiare dei grossi cani abruzzesi.
Andiamo a visitare il cortile più piccolo verso nord, passando sotto un portico ad arco che sorregge ancora l’abitazione dei “signori”, come li chiama il figlio della proprietaria della masseria. Soggiornavano lassù una volta i padroni delle greggi che le seguivano a cavallo, e dopo, in tempi più recenti, i proprietari della masseria. In questa corte piccola c’è ancora la stalla riservata alle bestie “partorienti” e ai nuovi nati destinati a rimanere indietro rispetto al grosso che ripartiva. La stalla ha dei compartimenti delimitati da muretti di pietra per la “comodità” delle singole madri e dei loro piccoli.
Prima di partire beviamo ancora dai getti degli abbeveratoi l’acqua gelata; e ci sembra di compiere un rito che se ancora ristora non ha per noi l’importanza vitale, quasi sacra, che aveva per quei pastori.Francesco Cardinale ed io (Mario Sorrentino) ringraziamo Gaetano Caccese che ci ha fatto scoprire Tre Fontane guidandoci sin lì.
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IL PONTE DI SANTO SPIRITO, DETTO ANCHE “DEL DIAVOLO”
Mario Sorrentino
[Ed. 00/00/0000] Rudere del pilone di un ponte, con gli innesti delle arcate che una volta vi si appoggiavano; il ponte è detto anche “del Diavolo”, poiché in una leggenda agiografica, tra le altre cose, si narrava che era stato eretto e distrutto magicamente in una sola notte dal Diavolo. Lontano da ogni opera dell’uomo, alto e scabro, lo spuntone atterriva veramente i viandanti creduloni che non potevano evitare di passarci vicino di notte.
In realtà il pilone è tutto ciò che resta di un ponte romano che, come quello delle Chianche, nel territorio di Buonalbergo sorgeva lungo la Via Traiana, costruita agli inizi del II sec. d.C. per collegare più celermente Benevento a Brindisi, rispetto alla più antica Via Appia che portava ugualmente a Brindisi, ma passando da Aeclanum.
Il Ponte di Santo Spirito era probabilmente di dimensioni maggiori rispetto a quello delle Chianche, poiché doveva superare in questo caso un fiume, e un fiume dalle rive molto scoscese, il Miscano.
Nel greto ciottoloso di questo corso d’acqua, diventato ai nostri giorni una “jumara” secca, fu rinvenuta, qualche decennio fa, non lontano dal rudere del ponte, una pietra miliare di dimensioni non comuni, forse perché accoglieva nell’epigrafe informazioni anche sull’opera e sul committente in forma celebrativa. La lapide si trova ora in località Malvizza di Sopra, ma la sua sede originale era stata molto probabilmente uno dei capi del ponte.
Come si può vedere nelle nostre foto della lapide, si legge appena qualcosa dell’epigrafe. Troppo poco per ricostruire il suo senso completo. Comunque, il termine mutilo “–ONTES” che vale (P)ONTES, senz’altro accusativo plurale, e BRVNDISIVM possono farci azzardare l’ipotesi che nell’epigrafe si parlava di tutti i ponti costruiti da Benevento a Brindisi a spese di qualcuno, se “–(I?)A – SVA” si ricostruisce con (PECVNI)A SVA, cioè “con i suoi soldi”. Mentre la doppia abbreviazione “P – P”, “Pater Patriae” (“Padre della Patria”) è uno dei titoli ufficiali dell’imperatore come attesta l’epigrafe dedicatoria dell’Arco di Traiano a Benevento.
Chi poteva avere dunque tanti soldi se non il munifico M. Ulpio Nerva Traiano, che per finanziare tutte le sue bellissime e grandiose opere a Roma (il Foro con la famosa Colonna Ulpia e i Mercati coperti, le Terme con cui ricoprì la Domus Aurea di Nerone) e porti, ponti e archi ad Ancona, a Ostia, in Romania, a Benevento e in tanti altri posti stava quasi per dichiarare fallimento, imperatore e tutto che era?
Non ci risulta che l’epigrafe del Ponte del Diavolo sia stato registrato nel Corpus Inscriptionum Latinarum (C.I.L.)
[Nativo][Correlato nel SITO│Ponte di S. Spirito o del Diavolo]
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Il Palazzo Pirrotti
Il Palazzo Pirrotti in Montecalvo ha un’importanza rilevante per un duplice ordine di motivi. Il primo è rappresentato dall’evidente valore storico-artistico dell’edificio, testimonianza di una tipologia fondamentale per lo sviluppo urbanistico del paese, cioè quella del palazzo signorile. Il secondo, prettamente storico, é legato all’importanza dell’edificio come residenza della famiglia Pirrotti, di stanza a Montecalvo dalla fine del XV all’inizio del XX secolo. In questo palazzo, infatti, ha avuto i natali, il 29 novembre 1710, Pompilio Maria Pirrotti, elevato agli altari per la sua intensa attività di insegnamento e di apostolato. Annessa al palazzo é la moderna chiesa, dedicata al santo, ricavata in età fascista nei locali al pianterreno, mentre tra la chiesa ed il cortile é ubicato il suo archivio. Rimaneggiato nel tempo, l’edificio conserva il suo elemento più caratterizzante e cioé l’antico portale con arco a tutto sesto, in pietra, definito, come i piedritti, da una successione di conci ben lavorati, aventi due diverse lunghezze e disposti alternativamente. Tangente in sommità corre un’alta fascia bianca di coronamento, interrotta al centro dallo stemma della famiglia Pirrotti realizzato anch’esso in pietra. Lo stemma raffigura una donna con i capelli raccolti da un nastro e spioventi sulle spalle, che reca una torcia accesa nella mano destra ed un ramo con cinque rose nella sinistra. La figura é completata da bande bicolori che corrono al di sotto della figura e da due ali che sovrastano la medesima a mò di corona.
Il simbolismo dello stemma dovrebbe essere interpretato come un riferimento alle origini del nome “Pirrotti”, cui si riconosce un legame con Pirro, del quale é richiamato il breve dominio in Macedonia ( rappresentato dalle cinque rose che indicherebbero i cinque anni di regno) mentre la torcia richiamerebbe la radice greca “pur” (=fuoco) in corrispondenza con il nome Pirrotti. Sul resto della liscia facciata intonacata emergono alcune lapidi apposte come tributo al santo. Il portale, chiuso da un solido battente in legno, immette nel cortile interno anch’esso appartenente all’originario impianto. Sugli architravi dei portali è possibile leggere due motti araldici della famiglia Pirrotti: “Nobiliora altiora petunt” e ” Potius mori quam foedari”. Originale è, altresì, il pavimento della stanza dove nacque il Santo, conservato sotto il tetto dell’edificio. Altra parte superstite è quella dei sotterranei, costituiti da vani aperti nel tufo grezzo, adibiti a cantine, su cui poggiano le fondamenta della casa.
Redazione
[Bibliografia di riferimento]
[Cavalletti G.B.M. Montecalvo dalle pietre alla storia, Poligrafica Ruggiero, Avellino, 1987]
[AA.VV., Progetto Itinerari turistici Campania interna: la valle del Miscano, Volume 1 , P. Ruggiero, Avellino, 1993] -
I canti di Angela Maria Iorillo
Il 28 aprile del 1978 i ricercatori Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero, durante la festa della Madonna dell’Incoronata di Foggia, registrano, da un gruppo di montecalvesi, tra cui Angela Maria Iorillo, due canti politici, Bandiera rossa e Strofetta politica, una serenata, A Lucianu è nasciutu nu gigliu ed un’intervista Autobiografia di Angela Maria Iorillo, pellegrina di Montecalvo Irpino.Dalla scheda dell’Archivio Sonoro della Puglia: [Tra i pellegrini di Montecalvo Irpino (AV), appena giunti al santuario, Angela Maria Iorillo, contadina, ci racconta episodi della sua vita. “Poi mi sono maritata, mio marito era bravo. Dieci figli, sette maschi”. Hanno un piccolo campo di ortaggi e vanno spesso ai pellegrinaggi: Monte Sant’Angelo, Montevergine, Pompei, San Gerardo Maiella. Va in giro anche per divertirsi, visto che nella loro vita di divertimenti ce ne sono pochi. Vanno anche in Salento, a Castellana. D’estate coltivano il granturco, i fagioli, il tabacco, le barbabietole. Non andrebbe mai ‘a padrone’. “Mai! Io voglio fare il comodo nostro. Comunisti dal 1945. Io niente preti!”.]
Spectrum audio visualization for Wordpress[Bibliografia di riferimento]
[A. Cardillo – F. Cardinale Alan Lomax. Il passaggio a Montecalvo Irpino Terebinto Edizioni, Avellino, 2021]Redazione
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Il Palazzo Peluso e gli affreschi settecenteschi
Francesco Cardinale
Il Palazzo Peluso–Ciampone–De Juliis, o ciò che ne rimane, rappresenta uno dei beni di maggior prestigio a Montecalvo Irpino. Nonostante sia sottoposto al vincolo della “Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio” e sia stato dichiarato “Monumento nazionale”, una parte dell’edificio è stata demolita in seguito al terremoto del 1980. Oltretutto, pare che manchi il tetto, l’usura del tempo continua a causare danni significativi.
Questo palazzo, caratterizzato da un’estetica impeccabile, fu progettato dall’architetto e ingegnere Giulio Buratti. Purtroppo, a causa dello sconsiderato abbattimento di una porzione, come riportato appena sopra, si sono irrimediabilmente persi elementi di grande valore, tra cui affreschi settecenteschi che erano conservati in alcune sale e nella cappella privata. [Foto – Giovanni Bosco Maria Cavalletti]
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IL TIGLIO DEL 1626
[Edito 00/00/00] Nel 1626 cominciavano i lavori per il convento di Sant’Antonio. In quell’occasione, si racconta, un frate piantò Il tiglio * (ormai vecchio di quattro secoli) che si ammira di fronte al monastero. Quel tiglio, per secoli, è stato il geloso custode di vita e miracoli dei viandanti che, all’ombra della sua frondosa chioma, si riposavano al ritorno dai faticosi lavori agricoli. Si dice pure che ai suoi maestosi rami, quando la giustizia veniva amministrata in loco, un cittadino, reo di un gravissimo misfatto contro la persona, sia stato impiccato. Da questo episodio, quando il convento si trovava “fuori terra”, cioè al di fuori del centro abitato, è scaturita la leggenda del fantasma che si aggira, di notte, attorno al tiglio (l’ “esistenza” di questa pianta di quasi quattrocento anni d’età è stata segnalata, con foto, al FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano – per essere inserita nell’elenco degli alberi monumentali d’Italia). [Nativo]
Redazione
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Palazzo De Cillis
Il palazzo è legato alla presenza in Montecalvo dell’ illustre famiglia De Cillis. I De Cillis si distinsero per aver dato i natali a diversi giuristi ed ecclesiastici, contribuendo notevolmente alla vita socio-religiosa del paese. Montecalvo, inoltre, ebbe ben quattro sindaci con questo cognome, la cui attività si concentrò tra il 1793 e il 1891. L’edificio, che rientra nella tipologia del palazzo signorile, ha l’ elemento di maggior pregio nel portale in pietra bianca. L’arco, a tutto sesto, é impostato su schematici capitelli in forte aggetto poggianti su stipiti con paraste, addossate ed impostate su alte basi dal forte rilievo plastico. La particolarità del portale è data dalla ricca presenza di decorazioni ornamentali in stile floreale, costituite da formelle finemente cesellate che corrono lungo le paraste (ve ne sono cinque su ciascuna di essa) e lungo l’arco (altre cinque rispettivamente alla destra e alla sinistra della chiave di volta). Una seconda decorazione modulare, dal diverso disegno ma dall’analogo stile, corre esternamente alla prima per tutto il portale. Particolare è, inoltre, il concio in chiave sostituito da un elemento scultoreo, fortemente aggettante, che regge un grande stemma della famiglia, sagomato ed ornato di volute. Quest’ultimo é distaccato rispetto alla parete di fondo e, se si guarda con attenzione alle sue spalle, si percepisce la singolare presenza di una testa di demone o di moro scolpita in pietra. Il portale domina l’intera facciata al piano terra presso cui si trovano altre più semplici aperture. Il piano nobile è, invece, dominato dalla presenza di una serie di balconi, tutti uguali, composti da un vano architravato e contornato da una larga fascia chiara e da un voluminoso disegno d’inferriata. Di rilievo è, inoltre, il risalto plastico delle mensole modanate che ne costituiscono il piano d’appoggio. Il prospetto termina in alto con un’alta e sporgente cornice. Incorporata nel palazzo é la cappella dedicata a S. Maria della Neve o del Soccorso, cui si accede dall’interno oltre che da corso Umberto.Redazione
[Bibliografia di riferimento]
[Cavalletti G.B.M. Montecalvo dalle pietre alla storia, Poligrafica Ruggiero, Avellino, 1987]
[AA.VV., Progetto Itinerari turistici Campania interna: la valle del Miscano, Volume 1 , P. Ruggiero, Avellino, 1993] -
PERCHÉ STUDIARE L’IRPINIA?
Stephanie Longo

[Ed. 13/08/2003] Ecco la domanda che mi si faceva quasi ogni giorno per gli ultimi due anni. All’inizio di questa ricerca non sapevo veramente cosa rispondere e, di solito, la mia risposta era “Perché voglio studiarla”. Poi le domande hanno cominciato a richiedere risposte più dettagliate…. “Sig.na Longo, con tutti gli altri campi dell’italianistica e tutte le altre zone dell’Italia più meritevoli di uno studio, perché scegliere di fare un’analisi sulla letteratura proveniente dall’Irpinia?” Ovviamente dovevo lottare per il tema che ho scelto di analizzare molti mesi prima della vera presentazione della mia ricerca.
Riflettendo un po’, posso capire perché la mia scelta dell’Irpinia come oggetto della mia ricerca non era ben accettata. Il Mezzogiorno d’Italia non è una zona spesso studiata qui in America e, perciò, non si conoscono bene i fatti. Nell’immaginazione collettiva americana, il Meridione di oggi è ancora come quello sottosviluppato e contadinesco trovato in “Cristo si è fermato ad Eboli” di Carlo Levi anche se quel libro è stato scritto più di 50 anni fa! Un’italianista definita meridionalista come me non studia il cosiddetto “problema meridionale” o altri “problemi” della zona; lei studia, invece, la storia, la cultura o la letteratura della zona—insomma studia tutto quello che rende la zona speciale e meritevole di uno studio dettagliato. Ed il lavoro più importante di una meridionalista che lavora qui in America è di far sparire i vecchi stereotipi del Mezzogiorno che la mostrano come la zona sottosviluppata e contadinesca del libro di Levi. E questo è quello che ho cercato di fare ne “La modernizzazione dell’Irpinia vista attraverso la letteratura italiana pubblicata dopo il 1980.” -
I Giubilei e Montecalvo…i riti, gli avvenimenti e la memoria.
Angelo Siciliano

Celebrazione eucaristica per apertura del Giubileo Pompiliano [Ed. 21/08/2000] Questa conferenza, a conclusione del programma predisposto dall’Assessorato alla cultura di Montecalvo, chiude le manifestazioni previste per le celebrazioni giubilari montecalvesi dedicate al nostro S. Pompilio Maria Pirrotti.
La parola giubileo, dalla bibbia, deriva dal termine ebraico “yôbêl” che vuol dire corno d’ariete. Questo era suonato nelle occasioni solenni: una di esse era l’ “anno del giubileo”. La legislazione ebraica prevedeva, ogni cinquanta anni, un anno particolare, in cui le terre erano restituite ai legittimi proprietari; il ciclo lavorativo ordinario era interrotto per consentire, grazie al maggese, il riposo dei terreni coltivati.; gli schiavi erano liberati e restituiti alle loro famiglie.
Insomma il giubileo imponeva l’attuazione di misure eccezionali che, stravolgendo la vita sociale del popolo, azzeravano le differenze tra ricchi e poveri, latifondisti e nullatenenti, uomini liberi e schiavi. Esso cercava di sanare gli squilibri che si erano consolidati nel cinquantennio precedente, prefigurando un modello di società ugualitario e solidale, in cui Dio era riconosciuto come unico signore.
Con la religione cattolica è stato papa Bonifacio VIII, nel 1300, ad introdurre l’ ”Anno santo” e nei secoli successivi la tradizione è stata conservata e tramandata.
L’ “Anno santo” del 2000 è il giubileo e il Vaticano ha predisposto un nutrito programma di pellegrinaggi, incontri, cerimonie, iniziative e celebrazioni anche spettacolari: circa due milioni di giovani sono confluiti a Roma in questi giorni, da tutto il mondo, per la Giornata mondiale della gioventù.
Il giubileo che è soprattutto un appello alla conversione, alla confessione, alla preghiera e alle attività caritative, in questo mondo diffusamente televisivizzato e globalizzato, appare come un avvenimento amplificato per fini di spettacolarizzazione, attraverso radio, tivù, internet e carta stampata.




















